Il campionato mondiale di calcio 2026 (la ventitreesima edizione) è appena iniziato. Si svolge per la prima volta in tre nazioni – Canada, Messico e Stati Uniti d’America – e vede, per la prima volta, la partecipazione di ben 48 squadre per un totale di 104 partite. Assisteremo, per la prima volta, a una serie di modifiche regolamentari, tra cui un ricorso più frequente al VAR, e altre novità.
Tante “prime volte”, dunque, ma una costante che viene sempre più confermata. Il calcio della postmodernità, come ricordava più di venti anni fa lo scrittore Manuel Vàzquez Montalbàn, è un «calcio bicefalo, da una parte religione laica delle masse, e dall’altra affare multinazionale sempre più vincolato a guadagni extrasportivi» (1998, Calcio. Una religione alla ricerca del suo Dio, Frassinelli, Milano, p. 66).
Se accettiamo la metafora del calcio come religione, su cui ho già scritto un post che vi invito a leggere, potremmo domandarci: che forma di religione è il calcio?
Solitamente, le religioni vengono suddivise in monoteiste e politeiste. Come è noto, le religioni monoteiste sostengono l’esistenza di un solo dio creatore e negano l’esistenza di altri dèi. Le religioni politeiste, invece, credono nell’esistenza di più divinità, venerate più o meno sullo stesso piano. Ci sono poi: le religioni animiste, che attribuiscono un’anima a tutti gli elementi della natura; il panteismo, che individua una divinità che compenetra ogni aspetto e luogo dell’universo; il deismo, che crede solo nell’esistenza di un dio creatore che rifiuta qualsiasi dottrina propugnata dalla tradizione e dalla rivelazione.
Il calcio è una religione monoteista? Probabilmente no, se si considera che ogni gruppo di tifosi ha il suo dio. È una religione politeista? No, perché i tifosi non adorano tutti gli dèi allo stesso modo. È animista o panteista? No, perché la divinità adorata dai tifosi non anima la natura, né compenetra ogni luogo dell’universo. È deista? No, perché il dio dei tifosi si contraddistingue rispetto agli altri per il fatto di avere una propria indissolubile storia e tradizione.
Allora, che forma di religione è quella calcistica? Al riguardo, non ho dubbi. Il calcio è una religione enoteistica. L’enoteismo, termine coniato nell’Ottocento dal filosofo tedesco Friedrich Schelling e successivamente ripreso dallo storico delle religioni Friedrich Max Müller, è una forma di religione in cui si adora una singola divinità principale, pur riconoscendo o ammettendo l’esistenza di altre. Il credente, dunque, privilegia un dio fra tanti, ma riconosce che ve ne sono altri.
Esattamente questa è la condizione del tifoso. Il tifoso sa che esistono varie divinità, rappresentate dalle tante squadre esistenti sul pianeta, ma ne privilegia sommamente una, che ritiene antagonista rispetto a tutte le altre. Così, invoca e celebra come suprema la sua squadra del cuore, pur all’interno di un pantheon composito di dèi che attraggono altri gruppi di fedeli.
Si ritiene che l’enoteismo riguardi credenze antiche o remote come quelle contenute nei testi sacri dei Veda o quelle dell’antico Egitto. In realtà, nella contemporaneità, siamo circondati da enoteisti di ogni tipo, che si chiamano tifosi e che sostengono una particolare religione laica che conta su milioni di credenti in tutto il mondo.
C’è ancora qualcuno che dice che la religione è morta?
Per questo e altri aspetti del calcio contemporaneo, rimando al mio Hanno visto tutti! Nella mente del tifoso (Meltemi, Milano, 2020).










































