Così il caldo sta diventando un serial killer
Caldo che uccide, 5 morti in Puglia
Il troppo caldo uccide e lo farà sempre di più
Da diversi anni ormai, una narrazione molto frequentata dai giornalisti identifica nel “caldo” un prolifico “serial killer” in grado di mietere migliaia e migliaia di vittime, in particolare anziani, ogni anno.
Così, ad esempio, un articolo online di «Tgcom24» intitolava, appena pochi giorni fa, «Caldo killer, cinque morti in 24 ore sulle spiagge del Salento», mentre, alcuni giorni prima, «La Stampa» riferiva «Quasi 500 morti per il grande caldo a Roma e Milano: ecco i numeri che dicono cosa è accaduto», sottotitolo «Il caldo uccide più del previsto e il clima peggiorerà ancora».
“Il caldo uccide” è una formula retorica che consente di rendere in poche parole un fatto tragico senza fornire troppe spiegazioni complicate, offrendo un facile rapporto causale che tutti sono in grado di cogliere. Nessuna variabile interveniente o interagente, nessun fattore di complessità. L’unico assassino è il caldo. E le sue vittime sono tali quasi per motivi misteriosi, semplicemente in ossequio alla sua indiscussa potenza. Il problema è che, in questo modo, si finisce con l’ipostatizzare un fenomeno meteorologico, conferendogli una sorta di personalità macabra e in quanto tale, spaventosa.
Il tutto appare non molto dissimile da quello che accadeva nell’antica Grecia, allorché si conferivano ai fenomeni atmosferici carattere di persona dotata di volontà, ragione e nome, arrivando a costruire gradualmente un pantheon di divinità che appaiono tutte come ipostatizzazioni di realtà materiali quotidiane (”Giove pluvio”, ad esempio).
Questo tipo di narrazioni finisce con l’instaurare un rapporto diretto tra il caldo stesso e la morte, come se non intervenissero altri variabili a mediare la realtà e, quindi, a renderla più complessa.
Un recente studio dell’Imperial College London e della London School of Hygiene & Tropical Medicine, intitolato Climate change tripled heat-related deaths in early summer European heatwave, ha indagato gli effetti dell’ondata di calore che ha attraversato l’Europa tra la fine di giugno e l’inizio di luglio di quest’anno, con temperature che sono giunte ai 40°C in diversi Paesi. Il rapporto stima che sia aumentato il numero atteso di decessi per calore di circa 1.500 unità in 12 città europee (tra cui Roma). Responsabile di tale aumento, per i ricercatori, è il cambiamento climatico che ha triplicato addirittura il numero di decessi legati al calore.
L’aspetto curioso è che, mentre nel rapporto dell’Imperial College London, si parla sempre, sin dal titolo, di heat-related deaths, ossia di decessi “correlati al caldo”, nei quotidiani italiani si parla quasi sempre di decessi “causati” dal caldo. La differenza non è di poco conto. Nel primo caso, si riconosce il ruolo preminente, ma non esclusivamente causale, del caldo; nel secondo, si vede nel caldo l’unico agente determinante di tante morti, autorizzando un’interpretazione monocausale molto cara sia ai giornalisti sia ai lettori. La monocausalità consente, infatti, di liofilizzare la realtà, rendendola pappa facilmente digeribile, cioè comprensibile.
Sembra banale ricordarlo, ma il caldo non è un “killer solitario”. Esso agisce contestualmente ad altre variabili, legate solitamente alla salute. Gli anziani, ad esempio, sono soggetti a rischio perché, più di altre categorie di persone, soffrono di malattie cardiovascolari, di ipertensione, di patologie respiratorie croniche, di insufficienza renale cronica, di malattie neurologiche e altre patologie croniche e invalidanti. Inoltre, hanno una minore capacità di difendersi dal caldo perché hanno un ridotto stimolo della sete e una minore sensibilità al calore. L’“indole assassina” del caldo, dunque, va interpretata al più come indole complice, non certo in senso mortalmente deterministico.
In inverno, invece, il “killer” diventa il freddo, soprattutto nei confronti dei senza tetto (o clochard), anche in questo caso secondo una relazione falsamente diretta. È ovvio che, se i clochard vivessero in un luogo riparato e riscaldato, il freddo non sarebbe il loro killer. In tutti questi casi, assistiamo a una indebita semplificazione della realtà che colpevolizza le condizioni climatiche, nascondendo le vere responsabilità (perché i “senza tetto” sono senza tetto?).
Ma il caldo uccide anche in un altro senso.
Un vecchio luogo comune afferma che il caldo aumenta l’aggressività e favorisce un aumento dei reati contro la persona, compreso l’omicidio. “Il caldo fa impazzire” si sente dire spesso dalla gente; opinione confermata dai titoli giornalistici che, ogni estate, mettono in evidenza gli omicidi commessi nel periodo della “bella stagione”, attribuendone la causa, fra l’altro, proprio al caldo eccessivo.
Questo luogo comune fa parte da tempo del sapere criminologico. A fine Ottocento, Adolfe Quetelet (1796-1874), uno dei padri della criminologia, coniò la “legge termica della delinquenza” secondo cui i delitti contro la persona sono più frequenti nei climi caldi e durante le stagioni più calde, mentre i reati contro la proprietà prevalgono maggiormente durante l’inverno, e nei climi freddi in genere. Anche per l’anarchico Pëtr Kropotkin (1842-1921) esiste una correlazione fissa fra la media della temperatura, il grado di umidità e la quantità dei delitti, soprattutto relativamente al numero degli omicidi. Cesare Lombroso (1835-1909) dimostrò, nella sua opera principale L’uomo delinquente, di aderire a questa interpretazione, pur non approfondendola criticamente (Lombroso, 2012, pp. 229-233). Per lo psicologo Gordon Allport (1897-1967),
il caldo favorisce la violenza, sia in quanto produttore di malessere ed irritabilità organica, sia perché induce la gente ad uscire dalle proprie case ed aumentare di conseguenza i contatti. Se a ciò si aggiunge l’inattività di una domenica pomeriggio, la misura è colma. Le rivolte più violente sembrano infatti avere inizio più frequentemente nelle domeniche pomeriggio e nella stagione calda. I più frequenti linciaggi si hanno nei mesi estivi (Allport, 1973, pp. 85-86).
È solo però a partire dagli anni Sessanta del XX secolo, che il rapporto tra caldo e aggressività cominciò a essere studiato in maniera meno aneddotica e più scientifica. Con risultati talvolta contrastanti. Nel 1972, ad esempio, Robert Baron condusse un esperimento di laboratorio grazie al quale provò che l’esposizione ad alte temperature ha un effetto inibitorio nei confronti delle manifestazioni di aggressività, capovolgendo, dunque, il luogo comune del caldo che “fa impazzire”. Nel 1990, Ellen Cohn, dopo aver passato in rassegna la letteratura esistente in materia, affermò che solo alcuni reati aumentano con il caldo eccessivo (aggressioni, furti con scasso, violenza collettiva, violenza domestica e stupro), mentre altri (rapina, furto e furto di auto) non esibiscono la stessa correlazione. Uno studio di Simon Field (1992) di due anni dopo, individuò, invece, una relazione diretta fra temperatura e la maggior parte dei reati contro la persona e contro la proprietà accaduti in Inghilterra e Galles. Contemporaneamente Craig Anderson (1987;1989; Anderson, Anderson, 1984), criminologo che ha dedicato numerosi articoli all’argomento, sostenne senza mezzi termini che il caldo favorisce l’aggressività ed è alla base di molti tipi di crimini. Altri studi hanno poi documentato l’impatto delle condizioni atmosferiche e climatiche sulla irritabilità, sulla tendenza a valutare negativamente gli altri e sulla minore frequenza di comportamenti prosociali. Scarse conferme ha, invece, ricevuto l’ipotesi di Quetelet secondo cui i reati contro la proprietà prevalgono quando il tempo è freddo.
Se si va, tuttavia, ad analizzare a fondo le conclusioni di questi studi, si nota che essi spesso dicono qualcosa di diverso rispetto al luogo comune popolare sposato dai vari Quetelet e Lombroso. Il caldo, cioè, non agisce direttamente sugli individui spingendoli ad aggredire o uccidere. Esso è solo una variabile che agisce su altre variabili, creando condizioni favorevoli al delitto. Ad esempio, alcuni autori hanno fatto notare che, in estate, aumenta non solo il caldo, ma anche il consumo di alcol in certi paesi, e ciò potrebbe favorire molti crimini violenti. Un altro fattore da prendere in considerazione è il tempo libero. In estate, le persone dispongono di più giorni di vacanza e maggior tempo libero con il risultato che aumentano i contatti tra gli individui e quindi l’opportunità di commettere reati. A ciò contribuisce lo stesso “bel tempo” che invita le persone ad uscire di casa con la conseguenza di aumentare, da un lato, l’occasione di interagire con gli altri e, dall’altro, di consentire ai ladri più tempo e opportunità di commettere furti con scasso. Un’altra variabile interveniente potrebbe essere l’indolenza, il non sapere che cosa fare. Vi è poi la nota tendenza estiva dei media a concedere ampio spazio alle notizie di cronaca nera in assenza di importanti eventi di natura politica, economica e sportiva; una tendenza che aumenta nella gente la percezione che, in estate, vengano commessi più delitti.
In sintesi, non è vero che il “caldo uccide”. Almeno, non è vero se riferito in questi termini. Molte variabili sono da prendere in considerazione, ma spesso la vaghezza del senso comune, l’impazienza dei giornalisti, la ricerca del titolo ad effetto non concedono loro spazio. E il caldo si trasforma in una “persona”, anzi in un “serial killer”. Forse l’ultimo rimasto.
Riferimenti
Allport G.W., 1973, La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze.
Anderson C.A., 1987, “Temperature and Aggression: Effects on Quarterly, Yearly, and City Rates of Violent and Non-Violent Crime”, Journal of Personality and Social Psychology, vol. 52, n. 6, pp. 1161-1173.
Anderson C.A., 1989, “Temperature and Aggression: Ubiquitous Effects of Heat on Occurrence of Human Violence”, Psychological Bulletin, 1989, vol. 106, n. 1, pp. 74-96.
Anderson C.A., Anderson D. C., 1984, “Ambient Temperature and Violent Crime: Tests of the Linear and Curvilinear Hypotheses”, Journal of Personality and Social psychology, vol. 46, n. 1, pp. 91-97.
Baron R.A., 1972, “Aggression as a Function of Ambient Temperature and Prior Anger Arousal”, Journal of Personality and Social Psychology, vol 21, n. 2, pp. 183-189.
Cohn E.G., 1990, “Weather and Crime”, British Journal of Criminology, vol. 30, pp. 51-64.
Field S., 1992, “The Effect of Temperature on Crime”, British Journal of Criminology, vol. 32, n. 3, pp. 340-351.
Lombroso C., 2012, L’uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie, Il Mulino, Bologna.









































