Negli Stati Uniti, le chiamano warning labels. Si tratta delle etichette che vengono applicate agli oggetti di consumo per fornire indicazioni di sicurezza e prevenire un utilizzo improprio dei prodotti. Il loro uso è imposto per legge e la loro assenza può esporre l’azienda produttrice a cause civili dalle conseguenze potenzialmente molto onerose.
Queste etichette possono risultare sicuramente utili al consumatore. In alcuni casi, però, le avvertenze mettono in guardia l’utente da comportamenti che appaiono talmente ovvi da suscitare sconcerto. Come vi sentireste, ad esempio, se, acquistando un ferro da stiro, leggeste su un’etichetta: “Non stirare i vestiti mentre si indossano”? Oppure, comperando un asciugacapelli, la frase “Non utilizzare mentre si dorme”?
Sembra che, negli Stati Uniti, sia possibile leggere su una motosega le parole: “Non tentare di arrestare la catena con le mani o i genitali”. Alcuni sonniferi riportano l’avvertimento: “Può causare sonnolenza”, mentre un forno a microonde consiglia di “Non asciugare animali domestici nel microonde” e la confezione di una zuppa in scatola informa che “Il prodotto sarà caldo dopo essere stato riscaldato”.
Queste etichette esistono perché le normative sulla sicurezza dei consumatori richiedono avvertenze per tutti i rischi prevedibili, per quanto improbabili o ovvi possano sembrare. Sociologicamente, però, presuppongono una certa idea delle capacità cognitive degli esseri umani: le persone sono fondamentalmente stupide ed è necessario, dunque, metterle in guardia dalla propria stupidità.
Come interpretare altrimenti la frase “Indossare questo indumento non ti permette di volare”, riportata sull’etichetta di un costume da Superman?
In realtà, queta idea di “stupidità” è socialmente costruita e ha lo scopo di impedire la piaga dei risarcimenti punitivi chiesti alle aziende produttrici da consumatori sobillati da avidi avvocati pronti a tutto pur di intascare denaro. Questo vuol dire che le aziende americane sanno che, generalmente, le persone non sono così stupide da ripiegare un passeggino prima di aver tolto il bambino (si è sentita anche questa!), ma sono “costrette” a presupporre che lo siano per evitare di essere colpite da contenziosi civili. “Stupido” – fool, in inglese – è, dunque, un artificio retorico e strumentale per evitare di finire nei guai. Si immagina il limite estremo di idiozia umana e lo si converte in etichetta di avvertenza. Così ci si tutela da imprevedibili azioni legali.
“Stupido” è un termine molto frequente, adoperato nella vita quotidiana per designare una congerie estremamente eterogenea di significati. Il caso delle warning labels lo dimostra. È nelle interazioni sociali che si elabora la stupidità umana. Comportamenti ritenuti stupidi in un contesto possono non esserlo in un altro. Abbiamo, però, la tentazione di ritenere la stupidità una qualità intrinseca, se non innata, delle persone. La sociologia ci dimostra che ciò non è vero e che si è stupidi solo all’esito di precisi rapporti sociali.
Ne parlo nel mio libro Per una sociologia della stupidità e altri esercizi di sociologia eccentrica (PM Edizioni), dove dedico un intero capitolo alla sociologia della stupidità.










































