Anche Seneca odiava lo sport

Si ritiene abitualmente che gli atteggiamenti negativi nei confronti dello sport abbiano origine in pregiudizi intellettualistici e classisti moderni – l’intellettuale che condanna lo sport in quanto attività manuale e pedestre, propria di appartenenti a classi sociali inferiori, incapaci di elevare la propria mente – o in posizioni ideologiche marxiste – lo sport come nuovo oppio dei popoli che anestetizza le masse, impedendo loro di pensare alla “rivoluzione”.

In realtà, tali atteggiamenti hanno origine antica e se ne trovano testimonianze importanti in autori celebri del pensiero classico.

Marco Aurelio (121-180), ad esempio, nei Ricordi, ringraziava il suo precettore per non essere mai stato «né dalla parte prasiana, né dalla parte veneta, né parmulario né scutario» (Marco Aurelio, 1997, Ricordi, BUR, Milano, p. 81). Trasponendo la frase in una versione a noi più comprensibile, è come se qualcuno oggi ringraziasse il proprio professore di liceo per non essere mai stato preso dal tifo per lo sport, per non aver tifato né per la Juventus, né per l’Inter, né per il Milan né per il Napoli (anche se, a rigore, i primi due nomi citati dall’imperatore romano si riferiscono alle corse degli aurighi; i secondi due ai giochi dei gladiatori).

Ancora prima, Plinio il Giovane (61-113), in una epistola all’amico Calvisio Rufo, confessava di aborrire coloro che facevano «il tifo per una casacca» e di trovare un certo piacere nel non essere preso da quella occupazione «futile, noiosa, ripetitiva».  

Seneca (4 a. C. – 165 d. C.), in una delle sue celebri lettere a Lucilio, argomentava:

Penso tra me al grande numero di persone che seguono una pratica sportiva, mentre poche sono quelle che applicano la mente; quanta gente accorre a uno spettacolo che non lascia nell’animo alcuna traccia ed è fatto solo per divertire; quanto grande è la solitudine che circonda le nobili discipline; quanto sono spiritualmente deboli quelli di cui ammiriamo i bicipiti e le spalle! C’è però una considerazione sulla quale rifletto in modo particolare: se mediante l’esercizio il corpo può giungere a questo grado di resistenza che lo rende capace di sopportare allo stesso modo i pugni e i calci di più di un avversario, che consente a un uomo di resistere al sole cocente su uno strato di polvere rovente e di passare un’intera giornata madido del proprio sangue, quanto più facilmente si potrebbe fortificare l’animo, perché regga invincibile ai colpi della Fortuna e, gettato a terra e calpestato, risorga ogni volta (Seneca, L. A., 2017, Lettere morali a Lucilio, Mondadori, Milano, p. 489).

Infine, Cicerone (106 a. C. – 43 a. C.), nel Pro Plancio (XXVII, 66), confessava che approfittava delle giornate in cui si davano i giochi, o la città era in festa, per scrivere i suoi libri.

L’idea che si debba favorire la mente sul corpo, l’intelletto sul fisico gode, dunque, di un consistente sostegno filosofico, che data già dall’antichità. Questo pregiudizio, che vuole la mente superiore al corpo, serpeggia oggi nei luoghi comuni di chi ritiene, ad esempio, che il calcio non sia altro che “ventidue uomini in mutande e calzettoni che guadagnano milioni di euro correndo dietro un pallone”.

Questo luogo comune è facilmente confutabile. Il calcio non è una attività di calci casuali a una palla: significa adottare e seguire regole, strategie, corsi di azione programmati, schemi di gioco provati e riprovati; significa sottoporsi a una ferrea disciplina fisica e mentale, che comporta rinunce e sacrifici; significa possedere un talento che, soprattutto ad alti livelli, pochi possiedono, ed è quindi scarso. In particolare, presuppone un atteggiamento e una disciplina mentale di cui non tutti sono capaci e presuppone, quindi, una dedizione intellettuale non dissimile, mutatis mutandis, da quella richiesta a chi si applica alla filosofia o alla medicina.

In ultima analisi, il pregiudizio antisportivo si fonda sulla distinzione manichea tra corpo e mente, che vede i due elementi escludersi tra loro, e sulla svalutazione dell’attività fisica rispetto a quella intellettuale. Nonostante, psicologia, sociologia e neurologia abbiano dimostrato da tempo che corpo e mente sono inestricabilmente interconnessi tra loro e che l’uno non possa essere concepito senza l’altra, in ambito intellettuale, si continua a predicare la superiorità della mente sul corpo e, quindi, a perpetuare atteggiamenti di sufficienza nei confronti dell’attività fisica.  

Si tratta di un pregiudizio duro a morire, che probabilmente rimarrà con noi ancora a lungo, se non altro come perfetta forma di razionalizzazione per chi, semplicemente, non prova alcun interesse per lo sport.

Se volete saperne di più su pregiudizi e luoghi comuni dello sport, e del calcio in particolare, consiglio il mio Hanno visto tutti! Nella mente del tifoso (Meltemi Editore, Milano, 2020).

Questa voce è stata pubblicata in sport e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.