A giudicare da alcuni nostri comportamenti, sembra che gli esseri umani abbiano la propensione a perseverare diabolicamente in determinati corsi d’azione a dispetto di errori e inconvenienti di ogni tipo, nella improbabile speranza che le cose si aggiustino da sole.
Ciò succede, ad esempio, quando si dedicano energie, tempo e soldi a un progetto che va male nella convinzione di aver investito troppo “per mollare proprio ora”. In questo caso, anche se ci troviamo di fronte a perdite irrecuperabili, invece di abbandonare il progetto e limitare le spese, continuiamo a investire con il risultato di accrescere le nostre perdite.
“Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”, ci diciamo imperterriti. E, intanto, il passivo aumenta, di guadagni nemmeno l’ombra e il disastro si profila all’orizzonte.
Un esempio reale di questa propensione luciferina è dato dalla storia del Concorde.
Il Concorde fu il primo e unico jet commerciale a superare la velocità del suono nella storia dell’aviazione civile. Esso permetteva di attraversare l’oceano Atlantico in tre ore e mezzo contro le sette dei normali jet di linea. Non meraviglia, dunque, che, nella seconda metà del XX secolo, i governi di due Paesi importanti come Inghilterra e Francia avessero deciso di investire sul progetto nella convinzione che la storia dei viaggi aerei si trovasse a un punto di svolta.
In realtà, sin dalla sua introduzione, nel 1976, il Concorde palesò immediatamente i suoi limiti. Innanzitutto, aveva costi altissimi sia per le compagnie aeree sia per i viaggiatori, a causa della manutenzione e dell’elevata quantità di carburante necessaria per il volo. Ciò comprimeva inevitabilmente la domanda, restringendola praticamente ai soli viaggi di affari.
In secondo luogo, il progetto era stato rallentato da una numerosa sequela di incidenti, disservizi e cattiva programmazione che avrebbero dovuto indurre i governi inglese e francese ad abbandonarlo. Francia e Inghilterra, però, in considerazione delle ingenti spese già investite sul costoso jet supersonico, decisero di perseverare.
Occorsero anni di produzione in perdita e il terribile incidente che, il 25 luglio del 2000, causò lo schianto del Concorde di Air France su un hotel pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Parigi Charles de Gaulle, con la conseguente morte di cento passeggeri, nove membri dell’equipaggio e quattro persone a terra, per porre fine all’avventura dell’aereo più veloce del mondo. Tre anni dopo, Air France e British Airways chiusero ufficialmente il programma; un programma che razionalmente si sarebbe dovuto interrompere ben prima, considerandone l’insostenibilità da un punto di vista economico, ma che proprio i tanti costi già sostenuti spinsero, invece, a proseguire fino al tremendo incidente (Motterlini, 2008, p. 80). Il risultato finale fu un investimento in perdita totale, anche se l’incidente del 2000 fu una concausa del tutto accidentale.
Disastri di questo tipo non sono provocati solo dalle grandi compagnie aeree. La vita di ogni giorno è zeppa di errori commessi in base alla convinzione che “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”.
In ambito sentimentale, ad esempio, è noto come alcune relazioni si trascinino indefinitamente, nonostante sia evidente che non funzionino più a causa di mille difficoltà insuperabili, perché chi vi è coinvolto ritiene di aver “costruito e investito tanto insieme” per porre termine alla storia. Con il risultato che la coppia si sforza di portare avanti il rapporto, a dispetto dell’insoddisfazione di entrambi, per non “buttare via i migliori anni della nostra vita”.
Un altro esempio è quando ci si affida a una terapia psicologica o a una dieta che non portano ad alcun risultato per il proprio benessere, ma che si è riluttanti a interrompere in considerazione del tanto tempo, soldi e fatica già investiti. In questo caso, ci si rifiuta di ammettere i propri errori, perseverando in essi a dispetto di ogni evidenza.
In altri casi, “fare trentuno” può voler dire mettere seriamente a repentaglio la propria salute. Ciò avviene quando ci si abbuffa durante un pranzo a tal punto da avere la sensazione di “scoppiare”, ma si continua a mangiare perché “tanto è compreso nel menù” e sarebbe un peccato “pagare e non mangiare tutto”. Oppure, quando, dopo una serata fra amici, ci si concede il cosiddetto “bicchiere della staffa” prima di congedarsi, con il rischio di una pericolosa intossicazione alcolica. Incidentalmente, l’espressione “bicchiere della staffa” risale al XIX secolo, quando i cavalieri bevevano l’ultimo bicchiere offerto dall’oste avendo già un piede nella staffa, ossia essendo pronti a partire.
Un ultimo esempio quotidiano riguarda il mondo dell’istruzione. Talvolta, si rimane in un determinato percorso universitario, nonostante non soddisfi la propria vocazione o non prepari adeguatamente, per non svalutare l’investimento in studio, tempo e denaro sostenuto fino a quel momento, con la conseguenza di continuare ad oltranza in una scelta che, molto probabilmente, non darà mai frutti.
Perché ci ostiniamo a compiere questi errori, nonostante la loro evidenza da un punto di vista razionale? Perché, dopo aver fatto trenta, ci piace fare trentuno e perseverare in comportamenti che possono facilmente degenerare in escalation rovinose? Qual è la forza che ci incatena a un investimento passato errato?
La risposta ce la fornisce la psicologia cognitiva e ha un nome singolare: “trappola dei costi sommersi” (in inglese, sunk costs).
In teoria, ogni «decisore razionale dovrebbe valutare le alternative di scelta considerando unicamente le conseguenze future che gli deriverebbero se scegliesse l’una o l’altra delle alternative. In buona sostanza il decisore dovrebbe prendere in considerazione soltanto i costi e i benefici futuri della sua condotta» (Rumiati, 2000, p. 100).
Nella pratica, rimaniamo intrappolati in una vischiosa pania cognitiva che ci spinge ad ancorare le nostre decisioni e le loro conseguenze alle scelte e alle decisioni prese nel passato. A causa di questa trappola, non riusciamo a ignorare i soldi, le energie e il tempo già spesi, non accettiamo di averli buttati via e facciamo dipendere la nostra decisione dall’investimento passato senza chiederci quello che conta davvero: appunto, quali sono i costi e i benefici futuri della nostra scelta (Motterlini, 2006, p. 49).
L’irrazionalità sta nel fatto che, senza le decisioni del passato, le decisioni successive sarebbero diverse e più rispondenti alle nostre reali esigenze.
Perché ci comportiamo in maniera così irrazionale? In parte, per apparire coerenti a noi stessi e agli altri. Odiamo apparire incoerenti e, se abbandonassimo una condotta perseguita per tanto tempo e con tanto impegno, dovremmo ammettere di essere in contraddizione con noi stessi (Dobelli, 2013, p. 24).
Un’altra ragione è che è intollerabile per noi sprecare tempo, denaro, energie e sentimenti “per nulla”. Quello che abbiamo fatto in passato ha un valore ai nostri occhi, anche se le conseguenze non sono all’altezza delle nostre aspettative. È come se fossimo cognitivamente schiavi del passato e subissimo la sua ancora come un macigno.
Per esprimerci in termini economici, non riusciamo a considerare i costi passati come costi “irrecuperabili” (o costi sommersi, sunk costs), come costi, cioè, già sostenuti e che non possiamo in alcun modo recuperare. E i costi irrecuperabili – insegna l’economia – non dovrebbero mai influenzare le nostre decisioni perché, se lo facessero, ci costringerebbero a prendere decisioni non ottimali.
Agisce, poi, in noi un meccanismo che si chiama “avversione alle perdite” che ci spinge ad evitare le perdite piuttosto che conseguire guadagni (Thaler, Sunstein, 2017, pp. 42-43). Posti di fronte all’alternativa tra risparmiare 5 euro ed evitare un sovrapprezzo di 5 euro, le persone preferiscono di solito il risparmio perché questo è percepito come l’evitamento di una perdita. Ugualmente, rinunciare al passato viene cognitivamente vissuto come la perdita di tanti sforzi prodotti e l’essere umano preferisce “conservare” il passato piuttosto che “guadagnare” il futuro.
È quanto accadde, ad esempio, durante la guerra del Vietnam allorché gli americani protrassero nel tempo il loro impegno bellico perché il ritiro delle truppe dal Paese asiatico prima di aver sconfitto i Vietcong e l’esercito del Nord Vietnam avrebbe vanificato i soldi e le vite sacrificate inutilmente fino a quel momento.
Insomma, il proverbiale luogo comune secondo cui se abbiamo fatto trenta, potremmo anche fare trentuno, qualora seguito pedissequamente, potrebbe condurre al disastro, perché non è vero che, quando s’è fatto il più, conviene portare a termine l’impresa. Almeno, non sempre.
Eppure, il proverbio è citato da molti, anche in diverse varianti, e ha degli equivalenti anche in altre lingue. In inglese, ad esempio, si dice In for a penny, in for a pound.
Ma qual è la sua origine? Secondo una interpretazione discussa, la frase sarebbe stata pronunciata per la prima volta, in una versione più o meno simile, da papa Leone X (1475-1521), il quale, nel 1517, dopo aver indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali, si sarebbe reso conto di aver lasciato fuori dal conto un religioso del quale aveva la massima stima. Decise, dunque, di includerlo nel novero, sentenziando “Tanto è trenta che trentuno!”.
Secondo altre ipotesi, l’espressione potrebbe invece derivare dai giorni del mese o dal gioco delle carte. Ne esiste, poi, una variante con il numero cento, citata da Luigi Capuana ne Il marchese di Roccaverdina: «Voscenza, ch’è stata la nostra divina Provvidenza!… ha fatto cento, faccia, per carità, cento e uno» (Lapucci, 2007, p. 1590).
Come che sia, il proverbio fa riferimento a una tendenza fortemente incistata nel nostro equipaggiamento mentale e di cui è davvero difficile liberarsi.
La riprova? Se spendeste 20 euro per vedere un film al cinema e vi rendeste conto che il film non vi piace, andreste via o rimarreste per “non buttare via” i soldi? Credo che, dentro di voi, conosciate già la risposta.
La soluzione? Non pensare a ciò che è stato (anche se è tanto difficile).
Riferimenti
Dobelli, R., 2013, L’arte di pensare chiaro (e di lasciare agli altri le idee confuse), Garzanti, Milano.
Lapucci, C., 2007, Dizionario dei proverbi italiani, Mondadori, Milano.
Motterlini, M., 2006, Economia emotiva. Che cosa si nasconde dietro i nostri conti quotidiani, BUR, Milano.
Motterlini, M., 2008, Trappole mentali. Come difendersi dalle proprie illusioni e dagli inganni altrui, Rizzoli, Milano.
Rumiati, R., 2000, Decidere, Il Mulino, Bologna.
Thaler, R. H., Sunstein, C. R., 2017, La spinta gentile, Feltrinelli, Milano.










































