Sir John Langdon Down e la costruzione sociale dell'”idiota mongolo”

Il breve articolo “Observations on an Ethnic Classification of Idiots”, pubblicato da John Langdon Down (1828 – 1896) nel 1866 nei London Hospital Reports è un testo probabilmente noto solo agli addetti ai lavori, eppure rappresenta la nascita di una categoria di classificazione della disabilità destinata a durare per circa un secolo e a diffondersi, in forma degradata, nel senso comune, fino a divenire epiteto da rivolgere a chiunque si intenda offendere e umiliare.

Sto parlando dell’ “idiota mongolo” o “mongoloide”, epiteto con il quale sono stati etichettati per anni coloro che sono affetti dalla Sindrome di Down, sindrome che proprio da John Langdon Down trae il suo nome. Ricordiamo, come ci rivela Norman Howard-Jones in un articolo che ricostruisce la storia dell’affermarsi del termine “Sindrome di Down”, che il termine “mongoloide” sopravvisse nelle riviste scientifiche almeno fino al 1975. Solo allora fu definitivamente sostituito dall’espressione “affetto da sindrome di Down”. Nel 1961, la celebre rivista The Lancet pubblicò la lettera di 19 genetisti (otto americani, cinque britannici, due francesi, un danese, uno spagnolo, uno svizzero e un giapponese, nessun italiano), tra cui lo psichiatra Lionel Penrose, il genetista Jérôme Lejeune e un nipote  dello stesso Down, Norman Langdon-Down, che invitavano ad abbandonare il termine “mongolismo” per uno dei seguenti quattro termini: “Anomalia di Langdon-Down”, “Sindrome o anomalia di Down”, “Acromicria congenita”, “Anomalia della trisomia 21”.  Il termine “mongolismo” veniva definito “imbarazzante”, e in seguito fu precisato che aveva “fuorvianti connotazioni razziali e addolorava molti genitori”. La rivista scelse “sindrome di Down”. Nel 1965, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), di cui faceva parte da tre anni la Repubblica di Mongolia, ricevette da quest’ultima l’invito ufficiale ad abbandonare ogni riferimento al mongolismo. Il termine, infatti, scomparve dalle future pubblicazioni dell’OMS per sopravvivere, sempre più sporadicamente, nella letteratura scientifica, come detto, fino al 1975. Nel 1969, Ralph Batchelor, intanto, aveva già inflitto il colpo di grazia al termine, osservando, in un suo scritto, che «la fisionomia del mongolo è individuabile perfino negli individui di razza mongola», decretando di fatto la fine di un’epoca e di una nomenclatura ormai contestatissima.

Questa ricostruzione potrebbe indurci a credere che Down abbia correttamente individuato l’origine della condizione che da lui prende il nome e che abbia contribuito alla corretta classificazione scientifica della stessa. In realtà, le cose non stanno affatto così e, nonostante la letteratura corrente guardi con simpatia all’opera di Down, proprio la lettura, in traduzione, del suo articolo più celebre ci può consentire di smascherare le argomentazioni del medico inglese per quello che davvero sono: la costruzione di una nuova categoria nosologica che istituisce una nuova forma di devianza su base razzista.

Andiamo per ordine. Innanzitutto sgombriamo il campo da un equivoco. Down non ha scoperto l’origine di quella che è probabilmente la più celebre condizione eponima. Se si leggono le sue Observations, si scopre che Down credeva erroneamente che i suoi idioti mongoli fossero tali a causa di una degenerazione ereditata dai genitori. In particolare, credeva che i genitori dei mongoli – uno o tutti e due – fossero affetti da tubercolosi. Oggi, invece, si sa che la sindrome di Down è causata da un’alterazione relativa al cromosoma 21 (trisomia 21). Questa scoperta risale al 1959 e si deve al francese Jérôme Jean Louis Marie Lejeune (1926-1994). Down, quindi, prese un grosso abbaglio a proposito delle cause della “sua” sindrome. Certo, ai suoi tempi, la genetica non aveva fatto i progressi che realizzerà poi nel 1959, soprattutto in campo citologico. Resta il fatto che le sue speculazioni eziologiche sono del tutto fallaci.

Dobbiamo, inoltre, notare che il vocabolario con il quale Down inquadra i fenomeni della disabilità è tutto intriso di termini grossolani come “idiota”, “imbecille”, “degenerato”, “debole di mente” che oggi sono stati totalmente abbandonati dalla scienza e relegati nell’ambito del turpiloquio relazionale. Anche in questo caso, mi si potrebbe obiettare che la scienza delle disabilità dell’epoca è molto lontana dalla nostra e che non dovremmo commettere l’errore anacronistico di giudicare quelle categorie in base alle nostre. È vero. Ma questo ci dice anche che Down non fece avanzare nemmeno di un passo la scienza delle disabilità, rimanendo invischiato nel lessico improprio dell’epoca, e che il favore con il quale il suo nome viene oggi ricordato è probabilmente esagerato, pur fatta salva la indubbia umanità del personaggio e le buone intenzioni che animarono sempre la sua opera e che sono testimoniate dalla sua biografia.

Ciò che, tuttavia, riveste maggiore interesse per il sociologo e per il criminologo è come Down sia giunto a coniare l’etichetta “idiota mongolo”, un vero e proprio atto creativo che ha battezzato una delle più proficue, seppure totalmente priva di scientificità, categorie della storia della criminologia. Down riconosce, nelle prime righe del suo articolo, che i sistemi di classificazione in uso ai suoi tempi erano del tutto inservibili per il medico, sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista pratico. Decide allora di proporre una nuova classificazione che, stranamente, non è ricavata da ipotesi mediche, ma mutuata da un altro dominio concettuale, quello razziale. In particolare, utilizza la classificazione etnografica, allora in voga, introdotta dall’antropologo tedesco Johann Friederich Blumenbach (1752-1840) su base craniometrica, che prevedeva di compendiare l’intera umanità in cinque razze: la caucasica o “razza bianca”; l’americana o “razza rossa”; la malese o “razza olivastra”; la mongola o “razza gialla”; l’africana o “razza negra” (ricordiamo, fra l’altro, che per Blumenbach la “razza gialla” comprendeva quasi l’intera popolazione dell’Asia orientale). I vari “idioti” e “imbecilli” sono differenziati così tra loro e rispetto ai  normali – che probabilmente, ma questo Down non lo dice, appartengono alla razza caucasica, quella dell’uomo bianco occidentale – in base alla distanza epidermica che li separa dai tipi razziali individuati da Johann Friederich Blumenbach.

In altre parole, Down propone di classificare gli “idioti” e gli “imbecilli” sulla base di superficiali rilevazioni di analogie somatiche. Alcuni “deboli di mente” hanno i capelli crespi, e rientrano nel tipo “etiope”. Altri hanno il naso scimmiesco e somigliano al tipo “americano”. Altri ancora hanno gli occhi simili a quelli dei mongoli, e rientrano nel tipo “mongolo”: «Un grandissimo numero di idioti congeniti sono tipici mongoli» esclama, a un certo punto del suo articolo, il medico inglese, senza rendersi conto che proprio questa frase, così presuntuosamente apodittica, avrebbe segnato il destino di milioni di individui per molto tempo. Sì, perché, con la semplice applicazione di uno schema razziale, Down “costruì” i mongoloidi.

A ciò si deve aggiungere, che, al tempo di Down, le classificazioni razziali non avevano un mero valore neutro, ma pretendevano di collocare i vari rappresentanti delle razze umane su una scala gerarchica in cui alcuni – i bianchi civilizzati dell’Occidente europeo – erano indubbiamente al primo posto, mentre  altri – selvaggi o quasi selvaggi – si disponevano su posizioni via via inferiori. Sebbene Blumenbach sia considerato il meno razzista tra i vari classificatori dell’umanità, è indubbio che il fatto stesso di far rientrare i bianchi nella razza caucasica – il Caucaso era considerato al suo tempo la “culla della civiltà” – assegnava un valore alla sua classificazione; valore che sicuramente Down aveva ben presente.

Il tutto fu poi complicato dalla concezione, diffusa nell’Ottocento, che alcune “razze” fossero  degenerazioni di altre: Down era convinto, ad esempio, che l’“idiozia mongola” costituisse una degenerazione della razza bianca verso quella gialla e che quindi i “mongoloidi” – termine che peraltro non utilizzò mai, a differenza di “idiota mongolo” – non fossero solo “idioti”, ma appartenessero a un tipo degenere, evolutivamente regredito. Non è un caso che Down condividesse con l’italiano Cesare Lombroso (1835-1909) la credenza nell’atavismo, cioè nel fatto che tratti caratteristici di uno stadio più primitivo dell’evoluzione biologica della razza potessero riemergere in alcuni individui.

Che valore scientifico ha questo tentativo di classificazione del dr. Down? Nessuno. È un po’ come se (ed è stato fatto ai giorni nostri) qualcuno decidesse che tutti i rom sono romeni perché (in italiano) condividono con questi le prime tre lettere del loro nome. Oppure come se qualcuno oggi stabilisse, un po’ malignamente, che lo stesso Down era deficiente perché M.D., il titolo di cui amava fregiarsi, e che in italiano significa “Dottore in medicina”, è anche l’abbreviazione di Mentally Deficient, cioè “Minorato psichico”. E, infatti, già all’epoca di Down, si levarono molte critiche all’indirizzo di una formulazione che, se apparve subito povera da un punto di vista scientifico, tanto da passare quasi inosservata nell’immediato, acquistò nel tempo una grandissima fama e una diffusione straordinaria. Curioso destino quello del termine “mongolo”: guardato sempre con sospetto in ambiente medico, si radicò incontestato per quasi un secolo e oltre nel senso comune e nel linguaggio quotidiano di tutto il mondo occidentale, tanto che, ancora oggi, è facile avvertirne la sopravvivenza nelle invettive che i bambini si lanciano tra loro mentre giocano.

È incredibile l’efficacia argomentativa che alcune superficiali analogie hanno avuto e hanno su uomini e donne comuni e su uomini e donne di scienza. A tal proposito si può ricordare come la somiglianza tra alcune osservazioni cliniche e alcuni temi mitologici abbia indotto Sigmund Freud a inventare il complesso di Edipo, ancora oggi pietra miliare della psicanalisi. E Carl Gustav Jung a fondare la sua psicologia analitica. Il dubbio è che la classificazione di Down abbia avuto successo più per la sua persuasività retorica che per la sua fondatezza intellettuale. Se il medico inglese fu tratto in inganno dalla sua audace operazione analogica, stesso destino accomunò successivamente milioni di donne e uomini che presero a usare acriticamente i termini “mongolo” e “mongoloide” nei loro discorsi quotidiani.

Ma la classificazione di Down ha rilevanza anche per un altro motivo. Che ne fosse consapevole o no, la sua operazione servì, in ultima analisi, a confermare, in maniera “scientifica”, l’inferiorità non solo fisica e intellettiva, ma anche sociale, culturale e civile, degli “idioti”, decretandone la subalternità per analogia razziale e costruendo una categoria interpretativa non dissimile da quelle adoperate da Cesare Lombroso, più o meno negli stessi anni, per descrivere e condannare “scientificamente” “il delinquente nato” e altri tipi di delinquente. Il sistema di classificazione di Down partorì, dunque, un nuovo tipo di deviante, un deviante per cause genetiche (anche se, come abbiamo visto, l’ipotesi della tara tubercolotica era completamente sbagliata): tipo tanto più pericoloso in quanto autorizzava il trattamento differenziale, inferiorizzante e disumanizzante del disabile (non difforme dal trattamento che Lombroso raccomandava per i suoi delinquenti) al quale non poteva, secondo la logica dello schema elaborato da Down, essere riconosciuta una vera “umanità”, appartenendo a una razza inferiore, regredita lungo la strada dell’evoluzione dell’umanità. Al più era consentito un trattamento caritatevole, e si sa quanto proprio questo tipo di atteggiamento abbia caratterizzato, ad esempio in Italia, il rapporto tra istituzioni e disabili per buona parte del XX secolo.

L’analisi del sistema di classificazione di Down è, dunque,  di straordinario interesse per il sociologo e per il criminologo. Esso rappresenta uno strumento attraverso cui viene creata una nuova forma di devianza, prima sconosciuta, che, nel tempo, richiederà interventi “speciali” a fini “speciali”, e che ritarderà la percezione del “down” come essere umano a tutti gli effetti, senza pregiudizi di sorta. Il sistema di classificazione escogitato da Down, inoltre, racconta la storia di come sia, purtroppo, facile creare categorie stigmatizzanti, rivestirle di autorità “scientifica”, legittimarle e ispirare politiche sociali e mediche. Un avvertimento nei confronti di tutti coloro che amano istituire tassonomie e gerarchie sociali, ma anche nei confronti di chi recepisce facilmente queste categorie.  Ad esempio, oggi si sa che le caratteristiche di chi è affetto da Sindrome di Down non sono né di tipo etnico, né scaturiscono da una degenerazione. Ma l’opera di Down avvalorò proprio questo tipo di interpretazione prima che i progressi della genetica facessero piazza pulita delle sue speculazioni razziali.

In conclusione: non si può sostituire una ignoranza con un’analogia. Almeno, bisogna ricordare che anche le analogie – che pure usiamo spessissimo – hanno delle conseguenze. E non sempre positive.

Testi di riferimento

Down, J.L.H., 1866, “Observations on an Ethnic Classification of Idiots”, London Hospital Reports, 3, pp. 259-262.

Down, J.L.H., 1866, “Osservazioni su una classificazione etnica degli idioti“, traduzione in italiano di Romolo Giovanni Capuano (luglio 2013).

Gould, S.J., 1980, The Panda’s Thumb, Norton & Company, New York, pp. 164-167.

Howard-Jones, N., 1979, “On the Diagnostic Term “Down’s Disease”, Medical History, 23, pp. 102-104.

“Johann Friederich Blumenbach”, Wikipedia, disponibile all’indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Johann_Friedrich_Blumenbach.

“Sindrome di Down”, Wikipedia, disponibile all’indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Down.

Schianchi, M., 2012, Storia della disabilità. Dal castigo degli dei alla crisi del welfare, Carocci, Roma, pp. 122-123.

Wright, D., 2011, Downs. The History of a Disability, Oxford University Press, Oxford.

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