Per una sociologia dell’ignoranza

L’ignoranza è considerata un flagello da estirpare nella nostra “società dell’informazione”. Nessuno vuole essere o sembrare ignorante. Tacciare qualcuno di essere “ignorante” è ancora oggi un’offesa pesante. In tutto il mondo occidentale, la conoscenza è considerata un valore, l’ignoranza un disvalore. L’istruzione è culturalmente positiva, la mancanza di istruzione è culturalmente negativa. Esistono sanzioni per i genitori che non mandano i propri figli a scuola. Infine, nemmeno la legge ha in simpatia l’ignoranza dal momento che “ignorantia legis non excusat”.

L’ignoranza è intesa negativamente come assenza di conoscenza e, quindi, come un fenomeno negativo da contrastare in ogni modo. Dell’ignoranza vengono segnalate le conseguenze deleterie per gli esseri umani e per la società in genere. Inoltre, il rapporto tra ignoranza e conoscenza è percepito come inversamente proporzionale: al diminuire della prima corrisponderebbe l’aumento della seconda.

In realtà, l’ignoranza non può essere ridotta al suo contrario – la conoscenza – ed è socialmente costruita e negoziata e, sorprendentemente, può essere funzionale, oltre che disfunzionale, alla società. La costruzione sociale dell’ignoranza, proprio come la costruzione sociale della conoscenza, assolve a una serie complessa di funzioni ed è utilizzata strategicamente per ottenere effetti politici, economici, sociali, culturali, che variano da contesto a contesto e da gruppo sociale a gruppo sociale. In una parola, “l’ignoranza è conoscenza” e come tale può soddisfare bisogni strategici al pari della conoscenza.

Di ciò abbiamo numerosissimi esempi. Eccone alcuni.

In religione, la fede, in un certo senso, è un importante sistema di salvaguardia dell’ignoranza: il fedele è ripetutamente invitato a non tentare di capire i suoi dogmi o precetti religiosi, ma a prestarvi fede. Come giustificazione, è addotta la profondità o ineffabilità dell’esperienza religiosa. “Meglio abbandonarsi che tentare di capire”, sembra essere il messaggio di molte religioni.

Storicamente, la differenza tra adulti e bambini non è solo anagrafica, ma conoscitiva. L’adulto è tale perché possiede delle informazioni “segrete” che il bambino non può condividere e il cui possesso segna l’ingresso nel mondo dei “grandi”. L’infante è tale perché non conosce “certe cose” e, perciò, conserva un pudore tipico della sua età. Questo assunto è, ad esempio, alla base della premessa pedagogica per la quale ai bambini non bisogna insegnare le “parolacce” né comunicare informazioni riguardanti la sessualità e il funzionamento delle parti meno “pubbliche” del corpo e altre cose “da adulti” per non “corrompere la loro innocenza”. Nei loro riguardi, dunque, deve essere messa in atto una sorta di congiura del silenzio. Non a caso l’accesso dei bambini a determinate forme di sapere è stato regolato, in molte società, da periodici riti di passaggio.

La buona educazione implica l’ignoranza di condizioni e situazioni che, se esplicitate, causerebbero sconforto, vergogna, imbarazzo. Si pensi alla regola che impone di ignorare l’età della persona che ci è di fronte quando questa è in là con gli anni.

L’ignoranza serve una serie di finalità strategiche più o meno coscienti. Un detto piuttosto noto recita: “Fare lo scemo per non andare in guerra”. In italiano, si dice anche: “Fare lo gnorri”. Entrambi i detti fanno riferimento a un uso strategico dell’ignoranza – fingere di non sapere, di non saper fare, di non essere in grado – per evitare di assumersi responsabilità (non solo belliche), essere coinvolto in situazioni potenzialmente sgradevoli o pericolose  (si pensi al caso del testimone di un fatto criminale o dell’accusato di un fatto criminale o alla fenomenologia dell’omertà) o vedersi attribuire mansioni sgradite o pesanti (ad esempio, al lavoro).

L’uso strategico dell’ignoranza è evidente dalle condotte di automutilazione  di molti migranti e richiedenti asilo in diversi paesi europei, i quali, ricorrendo ad acido o in altri modi, distruggono le proprie impronte digitali per evitare che i servizi di immigrazione possano identificarli e riescano a stabilire se sono transitati per un altro paese europeo dove potrebbero essere rispediti. In virtù di questa ignoranza forzata, i gatekeepers sono impossibilitati a prendere decisioni su di loro e sono costretti all’inerzia.

Si potrebbe continuare. Per chi fosse interessato alla sociologia dell’ignoranza, rimando a questo mio saggio che introduce la traduzione del testo forse più classico di sociologia dell’ignoranza: “Some Social Functions of Ignorance” (1949) di Wilbert E. Moore e Melvin M. Tumin.

Ancora una volta, la sociologia dà prova di saper gettare una luce particolare su fenomeni che tendiamo a dare per scontati, come, appunto, l’ignoranza. Il risultato è una messe di intuizioni, idee, campi di ricerca per nulla banali e degni di indagini approfondite.

Buona lettura!

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