Blaming Culture for Bad Behaviour

Nel 1998, il ventinovenne Wayne Compton del Maryland sposa la tredicenne Tina Akers, già incinta, suscitando un vespaio di polemiche nello stato americano per la giovanissima età della sposa. Opinioni e giudizi si focalizzano in particolare sull’ipotesi che Compton abbia compiuto un abuso sessuale o un atto di corruzione di minorenne. Al di là delle opinioni, le cause del comportamento sono ascritte a fattori individuali che dovrebbero spiegare l’anomalia. Nessuno chiama in causa fattori culturali o subculturali.

Nel 1996, il ventiduenne messicano Pedro Sotelo mette incinta la quattordicenne Adela Quintana in Texas, suscitando, anche in questo caso, accese polemiche. La maggior parte delle opinioni fa rientrare l’episodio nell’ambito della cultura rurale di provenienza dei due, che consentirebbe rapporti tra adulti e adolescenti, stabilendo una netta contrapposizione culturale ed etica rispetto agli Stati Uniti. Nessuno chiama in causa fattori individuali. È la cultura a spiegare il comportamento aberrante dell’uomo.

I due esempi, proposti dall’antropologa Leti Volpp in un interessantissimo articolo intitolato “Blaming Culture for Bad Behaviour” (che potete leggere qui in inglese), illustrano una questione profondamente attuale, che potrebbe essere riassunta nel modo seguente: gli esseri umani hanno la forte tendenza ad attribuire alla cultura il comportamento non conforme degli altri quando questi appartengono a gruppi sociali percepiti come “culturali” e ad attribuirlo a fattori o aberrazioni individuali, quando gli attori sociali appartengono al proprio gruppo. Ciò conduce a una percezione esagerata delle differenze etniche che si tende spesso a interpretare come differenze morali ed etiche. Così, in Italia, se un delitto o uno stupro sono commessi da un albanese, molti italiani tendono a imputare la responsabilità dell’atto criminale alla sua cultura. Quando, invece, il delitto o lo stupro sono commessi da un italiano, chiamano in causa fattori come la brutalità, la follia e altri elementi personali o sociali relativi all’individuo.

L’idea di fondo è che la cultura degli altri sia una camicia di forza fissa e immutabile che si impone a chi la indossa in maniera irresistibile. La propria cultura, invece, è percepita come un insieme di possibilità e opportunità poco vincolanti ed eticamente positive, tutt’al più intaccate da occasionali anomalie. Nella misura in cui un comportamento è messo in atto da “uno di noi” non è percepito riflettere una norma di tipo culturale. Se, invece, è compiuto da un individuo di un altro gruppo etnico o da uno straniero, il comportamento è il prodotto di una identità culturale, percepita di solito come “inferiore”, “irrazionale”, “sospetta”.

Gli episodi di questi ultimi giorni relativi ad alcuni stupri compiuti in Italia da cittadini, sembra, di origine marocchina confermano le osservazioni di Leti Volpp. In molti commenti, il fattore culturale – “i marocchini sono fatti così” – è preminente con la considerazione implicita che “gli italiani certe cose non le fanno” o, se le fanno, è perché “hanno problemi” o altre spiegazioni di tipo individuale. La cultura, in questo modo, diventa fonte esclusiva di spiegazione e di biasimo perché, nel momento in cui a essa è attribuito un comportamento aberrante, la tentazione di respingerla nella sua integrità è fortissima e alimenta sentimenti xenofobi facilmente strumentalizzabili da un punto di vista politico. Ma la cultura degli altri non è una camicia di forza e non è riducibile a un comportamento deviante. Non è vero che si stupra perché si è marocchini o ci si dedica al terrorismo perché si è arabi. È importante riconoscere agli altri quello che ammettiamo per noi: che la cultura offre opportunità e vincoli, ma non in maniera ferrea. Non siamo dominati dalla cultura. Anche se la cultura è il nostro habitus e contribuisce alla nostra identità sociale.

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Gli ignoranti sono più incivili?

Ha fatto il giro d’Italia il cartello diffamatorio che un imprenditore, laureato, quarantenne, di Vimercate, comune della provincia di Monza e della Brianza, ha affisso su un idrante del parcheggio di un centro commerciale di Carugate, nel Milanese, nel quale la sua auto era stata multata per aver occupato un posto riservato ai disabili. Ecco il contenuto del cartello:

A te handiccappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla ma tu rimani sempre un povero handiccappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia.

Dopo l’individuazione dell’uomo grazie alle telecamere a circuito chiuso del centro commerciale, la procura di Monza ha aperto una indagine per diffamazione aggravata contro ignoti. Il questore di Milano ha parlato di “parole violente e lesive della dignità delle persone con disabilità”. Numerosi cittadini e rappresentanti di associazioni hanno manifestato sdegno e definito il gesto incivile. Molti si sono detti sorpresi del fatto che il responsabile della vicenda sia un laureato, sia per gli errori ortografici contenuti nel cartello (la parola “handiccappato” scritta con due “c”) sia perché l’opinione comune vuole che le persone istruite siano “immuni” da questo genere di inciviltà. Questo luogo comune è particolarmente pervicace e assume varie forme.

Periodicamente, intellettuali e pensatori sbraitano contro laureati incapaci di mettere insieme poche parole in un italiano decente, dimenticando che l’Università fa poco per promuovere le competenze relative alla scrittura dei propri studenti. Ricordo che, in tempi di elezioni politiche, parecchi si dicono stupefatti quando apprendono che un partito populista è stato votato “anche dai laureati”. Ci si meraviglia che i laureati dicano parolacce e si esprimano in dialetto. Dove, però, il luogo comune tiene di più è in ambito criminologico. Il mito vuole che i delinquenti siano fondamentalmente ignoranti e che l’istruzione preservi dalla tentazione del crimine. In effetti, se si scorrono le statistiche del Ministero della Giustizia relative ai “Detenuti presenti per titolo di studio”, ci si rende conto che, al giugno 2017, su 56.919 detenuti (italiani e stranieri) presenti nelle nostre carceri, solo 581 sono laureati, 3.840 hanno la licenza di scuola media superiore, mentre 662 sono analfabeti, 1.044 sono privi di titolo di studio, 5.631 hanno la licenza elementare e 16.912 la licenza di scuola media inferiore.  Ciò significa che solo il 7,7% circa della popolazione penitenziaria italiana attuale ha almeno un diploma di scuola media superiore.

La convinzione, dunque, secondo cui ignoranza e criminalità vanno a braccetto è, fino a un certo punto, giustificata. Non del tutto, però.

Già il padre della criminologia italiana Cesare Lombroso, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, faceva notare che esistono vari tipi di reato che richiedono una istruzione generale e specifica, specialmente tecnica, di non poco conto, tanto che il criminale che vuole eccellere in essi deve essere molto abile e competente. Come riassume il criminologo Hermann Mannheim nel suo imponente Trattato di criminologia comparata:

Le complicate transazioni finanziarie, le falsificazioni ordinarie o di opere d’arte, lo spionaggio, e molte altre forme di reati del colletto bianco richiedono non solo una intelligenza superiore alla media, ma anche cognizioni specializzate superiori a quelle degli ordinari cittadini rispettosi della legge, o a quelle della media degli scassinatori, dei borsaiuoli, dei ladri di negozi o di simili gruppi a bassa abilità.

Oggigiorno, l’esecuzione di reati finanziari presuppone una conoscenza del funzionamento dei mercati e delle borse che pochi, anche tra le persone considerate colte, posseggono. Stesso discorso si può fare per i crimini informatici e per le azioni degli hacker: in alcuni casi, si tratta di possedere capacità e competenze che solo una élite di individui normalmente possiede. Si può dire quasi che l’ignoranza preservi dal commettere certi reati. Se l’ignoranza sembra condurre al crimine, dunque, anche competenze, conoscenze e saperi possono produrre lo stesso risultato. Ciò non significa che l’istruzione debba essere criminalizzata, ma semplicemente che l’ignoranza non è l’unica variabile ad andare a braccetto con la criminalità. E con l’inciviltà nei confronti delle persone con disabilità.

Per altri miti sulla criminalità, rimando, come sempre, ai miei Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

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Questo post non contiene glutine

I comportamenti alimentari, come è noto, non sono dettati unicamente dalla bontà degli ingredienti, ma anche dai significati che ogni società attribuisce al cibo. Mangiare non è solo una questione fisiologica, ma anche semiologica e sociologica. Ciò è evidente dall’atteggiamento che contraddistingue molte scelte alimentari oggi. Ad esempio, etichettare un cibo come “bio” non significa semplicemente comunicare informazioni sugli ingredienti che compongono quel cibo, ma un intero modo di vedere il mondo che si regge su dicotomie essenziali – buono/cattivo, naturale/artificiale, salutare/non salutare – e reti di significato che spesso conferiscono agli alimenti un alone quasi magico. Ormai, basta aggiungere queste tre lettere – “bio” – a un cibo per renderlo diverso e più appetibile. Perché “bio”, nel nostro immaginario collettivo, vuol dire “salutare”, “positivo”, “migliore”. E “bio” è anche un differenziatore sociale, perché le persone si dividono in chi consuma “bio” (e può permetterselo) e chi non lo fa (e non può permetterselo). A volte, tutto ciò porta a comportamenti schizofrenici. Molti consumatori preferiscono acquistare prodotti “senza glutine”, “senza olio di palma”, “senza lattosio”, anche se non solo allergici al glutine e al lattosio e anche se l’olio di palma non fa più male del burro o di altre sostanze simili. Il campo semantico e sociologico in cui viviamo, però, ascrive l’assenza di quelle sostanze a un polo positivo, la loro presenza a un polo negativo. Non sappiamo esattamente perché lo facciamo, ma lo facciamo. Perché “fa bene”, o almeno così crediamo.

Questi comportamenti schizofrenici non sono una peculiarità dei nostri tempi. Il cibo è spesso stato utilizzato per operare distinzioni sociali. L’introduzione del pane bianco al posto di quello scuro, ad esempio, è dovuta al fatto che quest’ultimo veniva associato, nel Settecento come nella prima metà del Novecento, al mondo dei contadini, reputato rozzo e incivile. Come si può leggere in un famoso manuale di psicologia sociale di qualche tempo fa,

La trasformazione del buon pane scuro del contadino nel soffice, inappetente, insipido bianco americano costituì un’innovazione artificiosa introdotta al fine di  appagare l’intenso desiderio del ceto medio americano di evadere da una condizione sociale inferiore e da quanto la simboleggiava.

Nel diciottesimo secolo, lo scrittore inglese Tobias Smollett osservò nel suo romanzo Humphrey Clinker, pubblicato nel 1771, che la gente bene della città di Londra preferiva mangiare pane bianco piuttosto che quello più scuro dei contadini:

Il pane che mangio a Londra è un impasto deleterio, mescolato con gesso, allume e cenere di ossa; insipido al gusto e nocivo alla salute. La gente-bene non ignora questa adulterazione ma preferisce ugualmente questo tipo di pane a quello integrale perché è più bianco: sacrificano così gusto e salute nonché la vita dei propri bambini, alla più assurda delle soddisfazioni… e il mugnaio, o il fornaio, sono costretti ad avvelenarsi insieme alle loro famiglie, se vogliono continuare a vivere della loro professione” (Krech, D., Crutchfield, R.S., Ballachey, E.L., 1970, Individuo e società, Giunti e Barbera, Firenze, p. 103).

Oggi, paradossalmente, il “pane scuro dei contadini” ha riacquistato una valenza positiva. Ne sa qualcosa la pubblicità che valorizza molti prodotti alimentari ricordando che “sono fatti come una volta” o che la minestra è quella “del contadino”.

Una sottile, quasi invisibile, patina retorica e persuasiva avvolge i cibi che consumiamo oggi come in passato. Questa patina ci spinge a comportamenti spesso senza senso, se analizzati criticamente, ma che adottiamo cedendo ai “vocabolari di motivi” del momento.

Sono sicuro che un giorno “bio” non sarà più la parola magica che è adesso. Ma sono altrettanto sicuro che al suo posto subentrerà un’altra parola.  

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I terroristi che non sono folli

È ancora forte presso l’opinione pubblica la tentazione di spiegare fenomeni come gli attentati terroristici di Barcellona di qualche giorno fa in termini di fanatismo e pazzia (ad esempio qui e qui). Questa lettura può risultare soddisfacente per alcuni, ma decisamente non corrisponde alla realtà come illustra, fra gli altri, lo psichiatra campano Corrado De Rosa, autore dell’e-book  Nella mente di un Jihadista. Per una psicologia dell’ISIS  e di un articolo sul tema per l’Espresso.

De Rosa osserva che parlare di follia è una scelta auto-consolatoria, «un tentativo di ricondurre qualcosa d’incomprensibile a uno schema rassicurante che suona come una presa di distanza: “Solo un pazzo può decapitare, distruggere patrimoni dell’umanità, vivere in un mondo primitivo in nome del Corano”». La realtà è ben diversa.

Il più grande errore, per chiunque affronti il tema dei percorsi della mente dei jihadisti, è ritenerli per forza pazzi e irrazionali. I terroristi sono la più “sana” tra le categorie dei criminali. Si tratta di persone arrabbiate, decise, disperate. Dotate di razionalità: odiano quelli da cui sono attaccati, uccidono quelli da cui sono colpiti, si attengono a regole precise. La radicalizzazione, per esempio, è di solito il prodotto di una scelta volontaria tra comportamenti alternativi.

Non risulta adeguata nemmeno una lettura in termini di psicopatia:

Lo psicopatico è mosso da egocentrismo, assenza di rimorso e di empatia. Tra i volenterosi carnefici del jihad lo spazio per l’egocentrismo è minimo, i legami sono stretti e durano nel tempo, le persone devono impegnarsi ed essere leali.

Naturalmente, ciò non toglie che un terrorista possa essere affetto da un disturbo mentale di qualche tipo, ma questo non significa che il disturbo mentale spieghi in maniera riduttiva l’atto terroristico. Insomma, forse ci farebbe comodo interpretare gesti che ci appaiono incomprensibili e intollerabili come conseguenza di una follia. Ma l’essere umano è in grado di compiere azioni “disumane” pur rimanendo “umano”. E poi il terrorismo, come tutti i fenomeni sociali, è qualcosa di estremamente complesso; troppo complesso per essere interpretato soddisfacentemente in chiave psicopatologica.

Per altri miti sul crimine, rimando, come sempre, ai miei Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

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George Orwell e il calcio come guerra

Uno dei luoghi comuni più pervicaci riguardo al calcio e allo sport in generale vuole che la pratica sportiva generi fratellanza, solidarietà e altruismo tra i popoli, nonché non meglio specificati “valori”. Che le cose stiano diversamente è noto invece da varie fonti.

Già negli anni Sessanta del XX secolo, il celebre psicologo Muzafer Sherif, in una serie di esperimenti passati alla storia con il nome di “The Robber’s Cave Experiments”, osservò che quando due gruppi sono in competizione per ottenere risorse limitate (come è il caso di una partita di calcio) si genera inevitabilmente un conflitto intergruppo. La situazione non muta se i componenti del gruppo sono cambiati (ad esempio se un calciatore si trasferisce a un’altra squadra, anche dopo aver militato anni nella squadra precedente).

Anche per il sociologo italiano Alessandro Dal Lago, autore del seminale Descrizione di una battaglia (Il Mulino, 2001), il calcio, per sua natura, è la rappresentazione rituale di un conflitto di tipo bellico, un conflitto tra squadre avversarie e tifosi avversari, che ricalca la dicotomia amico-nemico individuata in ambito politico da Carl Schmitt.

È noto poi a tutti che chi tifa per una particolare squadra tende a non nutrire sentimenti amichevoli nei confronti dei tifosi delle squadre avversarie e tende, al contrario, a percepirli come nemici.

La percezione dello spirito sportivo come illusione è ben esplicitata in un breve articolo di George Orwell intitolato The Sporting Spirit, pubblicato nel 1945. In esso, l’autore di 1984 afferma, senza mezze parole, che “quasi tutti gli sport praticati oggi sono agonistici. Si gioca per avere la meglio sull’avversario, e l’incontro ha scarso significato se non si fa il massimo sforzo per vincere”. Orwell arriva a dire che “a livello internazionale, lo sport, per dirla francamente, è un combattimento simulato”, che coinvolge calciatori e spettatori. Il suo pensiero è riassunto nella seguente frase:

La gente vuole vedere una squadra vittoriosa e l’altra umiliata, e dimentica che la vittoria ottenuta barando o grazie all’intervento della folla non ha alcun valore. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, essi cercano di influenzare l’incontro incoraggiando la propria squadra e demoralizzando i giocatori avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che fare con il fair play. È un miscuglio di odio, gelosia, vanagloria, inosservanza di ogni regola e piacere sadistico di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è la guerra senza i proiettili.

Alla vigilia dell’inizio del campionato di calcio italiano 2017-2018, queste parole dovrebbero farci riflettere. Sta per iniziare una guerra. Metaforica, quanto si vuole. Senza proiettili, certamente. Ma una guerra senz’altro. Anche se giornalisti, opinionisti e benpensanti continueranno a ripeterci fino alla fine che “Il calcio è solo un gioco”.

Allora, prima del calcio d’inizio, rileggete, nella mia traduzione, l’articolo di Orwell per non subire passivamente i soliti luoghi comuni sul calcio e lo sport.

George Orwell

Lo spirito sportivo

(1945)

Ora che la fugace visita della squadra di calcio della Dinamo è giunta al termine, è possibile esprimere pubblicamente ciò che molte persone assennate già dicevano in privato prima dell’arrivo della Dinamo: ovvero che lo sport è motivo incessante di ostilità, e che se una visita del genere ha avuto un qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, è solo nel senso di renderle leggermente peggiori di prima.

Nemmeno i quotidiani sono stati in grado di mascherare il fatto che almeno due dei quattro incontri disputati hanno suscitato molta animosità. Durante la partita dell’Arsenal – mi è stato riferito da qualcuno che era presente – un   calciatore britannico e uno russo sono venuti alle mani e la folla ha espresso disapprovazione nei confronti dell’arbitro. La partita di Glasgow – mi ha informato un altro spettatore – è stata nient’altro che una baraonda sin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, così tipica della nostra epoca nazionalistica, sulla composizione della squadra dell’Arsenal. Era davvero una squadra rappresentativa di tutta l’Inghilterra, come sostenevano i russi, o solo una squadra del campionato inglese, come sostenuto dai britannici? E la Dinamo ha posto termine bruscamente alla propria tournée per evitare di affrontare una squadra rappresentativa di tutta l’Inghilterra? Come al solito, ognuno risponde in base alle proprie preferenze politiche. Non tutti, comunque. Ho notato con interesse, a riprova delle feroci passioni che il calcio suscita, che il corrispondente sportivo del filorusso «News Chronicle» ha sposato la posizione antirussa e ha dichiarato che l’Arsenal non è rappresentativo dell’Inghilterra. Certamente, la polemica ricorrerà per anni tra le note a piè di pagina dei libri di storia. Nel frattempo, le conseguenze della tournée della Dinamo, se ci sono state, avranno creato nuova ostilità da entrambe le parti.

E come potrebbe essere altrimenti? Rimango sempre esterrefatto quando sento dire che lo sport genera amicizia tra le nazioni, e che se solo la gente comune dei popoli di tutto il mondo potesse incontrarsi su un campo di calcio o di cricket, non avrebbe alcun desiderio di incontrarsi su un campo di battaglia. Anche se non fosse già chiaro da esempi concreti (i Giochi Olimpici del 1936, ad esempio) che le competizioni sportive internazionali provocano orge di livore, lo si potrebbe capire da alcuni principi generali.

Quasi tutti gli sport praticati oggi sono agonistici. Si gioca per avere la meglio sull’avversario, e l’incontro ha scarso significato se non si fa il massimo sforzo per vincere. Al parco del paese, dove si sceglie in quale squadra giocare senza farsi prendere da sentimenti di patriottismo locale, è possibile gareggiare per divertimento e per fare dell’attività fisica. Ma non appena fa capolino la questione del prestigio, non appena si avverte che, in caso di sconfitta, il disonore ricadrà su di sé e su una entità superiore, si scatenano gli istinti aggressivi più brutali. Chiunque abbia giocato anche solo una partita di calcio a scuola è consapevole di questo fenomeno. A livello internazionale, lo sport, per dirla francamente, è un combattimento simulato. Ma ciò che è significativo non è la condotta dei calciatori, ma l’atteggiamento degli spettatori; e, al di là degli spettatori, delle nazioni che vanno su tutte le furie a causa di queste assurde competizioni, e credono seriamente — almeno per brevi periodi — che correre, saltare e dare calci a una palla siano una prova di virtù nazionale.

Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che richiede grazia più che forza, può suscitare molto attrito, come è apparso evidente dalla polemica sulla strategia del bodyline* e sulle tattiche rudi della squadra australiana che visitò l’Inghilterra nel 1921. Il calcio, uno sport in cui tutti si fanno male e ogni nazione ha il suo stile di gioco che sembra sleale agli stranieri, è molto peggio. Ma lo sport peggiore di tutti è il pugilato. Uno degli spettacoli più orrendi al mondo è assistere a un combattimento tra un pugile bianco e uno di colore davanti a un pubblico misto. Il pubblico di un incontro di pugilato è sempre disgustoso, e la condotta delle donne, in particolare, è tale che l’esercito, credo, non permette loro di assistere alle proprie competizioni. In ogni modo, due o tre anni fa, in occasione di un torneo di pugilato tra le Home Guards** e le truppe regolari, fui piazzato di guardia all’ingresso con l’ordine di tenere lontane le donne.

In Inghilterra, l’ossessione per lo sport è radicata, ma nelle nazioni più giovani, dove gare di squadra e nazionalismo sono entrambe acquisizioni recenti, esso genera passioni ancora più violente. In paesi come l’India o la Birmania, durante le partite di calcio, è necessario formare solidi cordoni di polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i sostenitori di una squadra farsi largo tra la polizia e mettere fuori gioco il portiere della squadra avversaria nel momento cruciale della partita. In Spagna la prima grande partita di calcio fu giocata circa quindici anni fa e provocò una rissa incontenibile. Non appena emergono forti sentimenti di rivalità, la decisione di giocare secondo le regole viene sempre meno. La gente vuole vedere una squadra vittoriosa e l’altra umiliata, e dimentica che la vittoria ottenuta barando o grazie all’intervento della folla non ha alcun valore. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, essi cercano di influenzare l’incontro incoraggiando la propria squadra e demoralizzando i giocatori avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che fare con il fair play. È un miscuglio di odio, gelosia, vanagloria, inosservanza di ogni regola e piacere sadistico di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è la guerra senza i proiettili.

Invece di blaterare della sana e pulita rivalità calcistica e della grande parte avuta dai Giochi Olimpici nel ricongiungere le nazioni, è più utile chiedersi come e perché sia nato il culto moderno dei giochi. La maggioranza dei giochi a cui oggi ci dedichiamo ha origini antiche, ma lo sport non sembra essere stato preso molto sul serio tra l’epoca romana e il diciannovesimo secolo. Nelle scuole pubbliche inglesi, il culto dello sport non ha avuto inizio se non nella seconda parte dell’ultimo secolo. Il dr. Arnold, generalmente considerato come il fondatore della moderna scuola pubblica inglese, considerava i giochi come una mera perdita di tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, i giochi sono diventati attività in grado di attirare massicci finanziamenti ed enormi folle e di suscitare passioni selvagge, e il contagio si è diffuso da una nazione all’altra. A diffondersi maggiormente sono stati gli sport più violenti e competitivi: il calcio e il pugilato. Non vi è dubbio alcuno che questo fenomeno sia legato alla nascita del nazionalismo, ovvero alla dissennata abitudine moderna di identificarsi con grandi centri di potere e vedere tutto in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è più probabile che i giochi organizzati fioriscano nelle comunità urbane dove le persone vivono, in genere, una vita sedentaria o comunque limitata e non hanno molte opportunità di svolgere un lavoro creativo. In una comunità rurale, il ragazzo consuma gran parte della sua energia in eccesso camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi, cavalcando e dedicandosi a vari sport che prevedono atti crudeli contro gli animali, come la pesca, il combattimento tra galli e la caccia ai ratti. In una grande città, è necessario dedicarsi ad attività di gruppo se si vuole dare sfogo alla propria energia fisica o ai propri impulsi sadici. I giochi sono presi sul serio a Londra e a New York, e furono presi sul serio a Roma e a Bisanzio. Nel Medioevo erano praticati, e probabilmente praticati con molta durezza fisica, ma non avevano niente a che fare con la politica né erano motivo di odio tra i gruppi.

Se si volesse incrementare l’enorme riserva di ostilità esistente nel mondo in questo momento, non ci sarebbe nulla di meglio che organizzare una serie di partite di calcio tra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, assicurandosi che a ogni incontro assista un pubblico misto di 100.000 spettatori. Non intendo dire, ovviamente, che lo sport sia una delle cause principali della inimicizia tra le nazioni; lo sport su larga scala è esso stesso, credo, meramente un altro effetto delle cause che hanno prodotto il nazionalismo. Però, non si migliorano di certo le cose se si manda una squadra di undici uomini, designati campioni nazionali, a battersi contro una squadra rivale, e si lascia credere a tutti che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.

Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita dei calciatori della Dinamo inviando una squadra britannica in Unione Sovietica. Se proprio dobbiamo farlo, inviamo una squadra di secondo piano destinata a sicura sconfitta, che nessuno potrà definire rappresentativa della Gran Bretagna nel suo complesso. Ci sono già abbastanza cause reali di problemi per aggiungerne altre, incoraggiando dei giovani a darsi calci sugli stinchi tra gli strepiti di spettatori inferociti.

* Nel 1932, per contrastare l’abile battitore australiano Donald Bradman, gli inglesi escogitarono un’astuta tattica di tiro: piuttosto che cercare di colpire i paletti, mirarono direttamente al corpo di Bradman. La famosa bodyline series causò un incidente diplomatico e portò a un cambiamento nelle leggi del cricket (N.d.T. Fonte)

** Organizzazione di difesa dell’esercito britannico, attiva tra il 1940 e il 1944, che arrivò a contare tra le sue file circa un milione e mezzo di volontari che agirono come forza armata di difesa secondaria, in caso di invasione da parte di truppe della Germania nazista (N.d.T. Fonte)

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Per una sociologia dell’ignoranza

L’ignoranza è considerata un flagello da estirpare nella nostra “società dell’informazione”. Nessuno vuole essere o sembrare ignorante. Tacciare qualcuno di essere “ignorante” è ancora oggi un’offesa pesante. In tutto il mondo occidentale, la conoscenza è considerata un valore, l’ignoranza un disvalore. L’istruzione è culturalmente positiva, la mancanza di istruzione è culturalmente negativa. Esistono sanzioni per i genitori che non mandano i propri figli a scuola. Infine, nemmeno la legge ha in simpatia l’ignoranza dal momento che “ignorantia legis non excusat”.

L’ignoranza è intesa negativamente come assenza di conoscenza e, quindi, come un fenomeno negativo da contrastare in ogni modo. Dell’ignoranza vengono segnalate le conseguenze deleterie per gli esseri umani e per la società in genere. Inoltre, il rapporto tra ignoranza e conoscenza è percepito come inversamente proporzionale: al diminuire della prima corrisponderebbe l’aumento della seconda.

In realtà, l’ignoranza non può essere ridotta al suo contrario – la conoscenza – ed è socialmente costruita e negoziata e, sorprendentemente, può essere funzionale, oltre che disfunzionale, alla società. La costruzione sociale dell’ignoranza, proprio come la costruzione sociale della conoscenza, assolve a una serie complessa di funzioni ed è utilizzata strategicamente per ottenere effetti politici, economici, sociali, culturali, che variano da contesto a contesto e da gruppo sociale a gruppo sociale. In una parola, “l’ignoranza è conoscenza” e come tale può soddisfare bisogni strategici al pari della conoscenza.

Di ciò abbiamo numerosissimi esempi. Eccone alcuni.

In religione, la fede, in un certo senso, è un importante sistema di salvaguardia dell’ignoranza: il fedele è ripetutamente invitato a non tentare di capire i suoi dogmi o precetti religiosi, ma a prestarvi fede. Come giustificazione, è addotta la profondità o ineffabilità dell’esperienza religiosa. “Meglio abbandonarsi che tentare di capire”, sembra essere il messaggio di molte religioni.

Storicamente, la differenza tra adulti e bambini non è solo anagrafica, ma conoscitiva. L’adulto è tale perché possiede delle informazioni “segrete” che il bambino non può condividere e il cui possesso segna l’ingresso nel mondo dei “grandi”. L’infante è tale perché non conosce “certe cose” e, perciò, conserva un pudore tipico della sua età. Questo assunto è, ad esempio, alla base della premessa pedagogica per la quale ai bambini non bisogna insegnare le “parolacce” né comunicare informazioni riguardanti la sessualità e il funzionamento delle parti meno “pubbliche” del corpo e altre cose “da adulti” per non “corrompere la loro innocenza”. Nei loro riguardi, dunque, deve essere messa in atto una sorta di congiura del silenzio. Non a caso l’accesso dei bambini a determinate forme di sapere è stato regolato, in molte società, da periodici riti di passaggio.

La buona educazione implica l’ignoranza di condizioni e situazioni che, se esplicitate, causerebbero sconforto, vergogna, imbarazzo. Si pensi alla regola che impone di ignorare l’età della persona che ci è di fronte quando questa è in là con gli anni.

L’ignoranza serve una serie di finalità strategiche più o meno coscienti. Un detto piuttosto noto recita: “Fare lo scemo per non andare in guerra”. In italiano, si dice anche: “Fare lo gnorri”. Entrambi i detti fanno riferimento a un uso strategico dell’ignoranza – fingere di non sapere, di non saper fare, di non essere in grado – per evitare di assumersi responsabilità (non solo belliche), essere coinvolto in situazioni potenzialmente sgradevoli o pericolose  (si pensi al caso del testimone di un fatto criminale o dell’accusato di un fatto criminale o alla fenomenologia dell’omertà) o vedersi attribuire mansioni sgradite o pesanti (ad esempio, al lavoro).

L’uso strategico dell’ignoranza è evidente dalle condotte di automutilazione  di molti migranti e richiedenti asilo in diversi paesi europei, i quali, ricorrendo ad acido o in altri modi, distruggono le proprie impronte digitali per evitare che i servizi di immigrazione possano identificarli e riescano a stabilire se sono transitati per un altro paese europeo dove potrebbero essere rispediti. In virtù di questa ignoranza forzata, i gatekeepers sono impossibilitati a prendere decisioni su di loro e sono costretti all’inerzia.

Si potrebbe continuare. Per chi fosse interessato alla sociologia dell’ignoranza, rimando a questo mio saggio che introduce la traduzione del testo forse più classico di sociologia dell’ignoranza: “Some Social Functions of Ignorance” (1949) di Wilbert E. Moore e Melvin M. Tumin.

Ancora una volta, la sociologia dà prova di saper gettare una luce particolare su fenomeni che tendiamo a dare per scontati, come, appunto, l’ignoranza. Il risultato è una messe di intuizioni, idee, campi di ricerca per nulla banali e degni di indagini approfondite.

Buona lettura!

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La lingua degli emigrati che fa “trasecolare”

Chiunque abbia uno zio d’America sa che gli italiani residenti all’estero dagli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo possiedono un vocabolario ricco di contaminazioni, denso di prestiti, calchi, alterazioni, che spesso mescola parole dialettali, italiane e straniere in maniera idiolettica, quasi un pidgin creativo o una lingua multi-etnolettica, come dicono i linguisti, degna di studi seri e articolati. Ricordo ancora con divertimento un mio zio, ormai negli Stati Uniti da decenni, che si riferiva ai mobili chiamandoli “forniture” (da furniture, “mobili” appunto) e ai tubi chiamandoli “pippe” (da pipes, “tubi”).

Edmondo De Amicis, l’autore di Cuore, pubblicò nel 1899 Sull’Oceano, frutto di un viaggio in prima persona dell’autore da Genova a Buenos Aires, uno dei pochi romanzi italiani ad affrontare il tema dell’emigrazione. Descrivendo i personaggi incontrati a bordo della nave, De Amicis si imbatte in un emigrante italiano residente in Argentina da venti anni e ne ritrae il curioso vocabolario:

Ma bisognava sentire che vocabolario: era il primo saggio ch’io intendevo della strana lingua parlata dalla nostra gente del popolo dopo molti anni di soggiorno nell’Argentina, dove, col mescolarsi ai figli del paese, e a concittadini di varie parti d’Italia, quasi tutti perdono una parte del proprio dialetto e acquistano un po’ d’italiano, per confonder poi italiano e dialetto con la lingua locale, mettendo desinenze vernacole a radicali spagnuole, e viceversa, traducendo letteralmente frasi proprie dei due linguaggi, le quali nella traduzione mutan significato o non ne serban più alcuno, e saltando quattro volte, nel corso di un periodo, da una lingua all’altra, come deliranti. Trasecolando gli udii dire si precisa molta plata per “ci vuole molto danaro”, guastar capitali per “spender capitali”, son salito con un carigo di trigo per “son partito con un carico di grano”. E in quest’orribile gergo tirava via a dar addosso alla Camera dei Deputati, al governo atrasado (rimasto addietro), al popolo di mendìgos, e perfino ai monumenti d’arte, dicendo che, nel ripassare per Milano, aveva trovato il Duomo molto più piccolo di come l’aveva nella mente. Magnificava invece la bellezza delle pianure americane, facendo un gesto largo e goffo di paesista briaco (Garzanti Editore, p. 37).

Per quanto sia forte la tendenza ad accogliere questo vocabolario con sdegno (come De Amicis) o divertimento, è evidente che esso svolge una funzione adattiva in soggetti che spesso non hanno una solida scolarizzazione primaria e hanno acquisito la nuova lingua in ambito quotidiano piuttosto che formale. L’effetto è una vita linguistica ai margini, una produzione verbale labile, indefinita, spesso variabile da soggetto a soggetto all’interno della stessa comunità, ma interessantissima e rivelatrice di modi e pratiche di vita diversi dai nostri.

Insomma, più che “trasecolare” o ridere, c’è da studiare.

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L’invenzione della cleptomania

Inventata nel 1840 dal medico francese Marc, la cleptomania è universalmente nota come un disturbo compulsivo e irresistibile che spinge chi ne è affetto a rubare, pur in assenza di necessità. La definizione si applica, in particolar modo, a chi ruba all’interno di un negozio o un grande magazzino e lo stereotipo ottocentesco vuole che siano soprattutto le donne di condizione agiata a soffrire di questo disturbo. Questo stereotipo è confermato dalla letteratura. Si può dire anzi che la letteratura abbia contribuito più della scienza forense a diffondere il tipo della cleptomane secondo caratteristiche considerate ancora oggi preminenti. Il romanzo che ogni criminologo interessato alla cleptomania dovrebbe leggere è sicuramente Il paradiso delle signore (1883) di Émile Zola, ambientato per lo più proprio in un grande magazzino, il Bonheur des Dames. Del testo, considererò l’edizione Mondadori del 2017.

Zola descrive le ladre per mania che rubano «per una perversione del desiderio, una nuova nevrosi descritta da un alienista come effetto patologico della tentazione esercitata dai grandi magazzini» (Zola, 2017, p. 285). In una scena, spesso citata, la contessa Madame de Boves, viene  colta in flagrante e l’episodio è riportato in maniera molto realistica, come forse nemmeno Lombroso sarebbe stato in grado di fare. Si noti in particolare come vengono descritte le sue crisi:

Da un anno madame de Boves rubava così, tormentata da un bisogno frenetico, irresistibile. Le sue crisi, sempre più gravi e violente, si trasformavano in una voluttà senza la quale non poteva vivere, travolgendo ogni proposito di prudenza e appagando la sua smania con un piacere tanto più forte in quanto mettevano a repentaglio sotto gli occhi di tutti il suo nome, il suo orgoglio e l’alta posizione del marito. Adesso che il conte le lasciava ripulire i cassetti, rubava on le tasche piene di soldi, rubava per rubare come si ama per amare, sotto la sferza del desiderio, in preda alla nevrosi che si era scatenata in lei, in passato, per un’insoddisfatta smania di lusso indotta dall’enorme e brutale tentazione dei grandi magazzini» (p. 469).

Interessante anche la reazione della contessa quando si vede scoperta. Atteggiamenti di sdegno si alternano a condotte pietose e a uscite arroganti, come ancora oggi è possibile verificare quando chi appartiene all’alta borghesia è accusato di un reato.

«Signora, siamo pronti a perdonare un momento di debolezza… Ma vi prego di riflettere a cosa vi può portare un’imprudenza del genere. Se qualcun altro vi avesse visto nascondere i merletti…».

Madame de Boves lo interruppe indignata. Lei, una ladra! Con chi credeva di parlare? Era la contessa di Boves, suo marito, ispettore generale delle stazioni di monta equina, era ricevuto a corte!

«Lo so, lo so, signora» ripeteva imperturbabile Bourdoncle. «Ho l’onore di conoscervi… Ma prima di tutto siete pregata di restituire i merletti che avete addosso…».

Lei ricominciò a protestare, bella di rabbia, senza permettergli di dire una sola parola in più, ricorrendo perfino alle lacrime come una gran dama oltraggiata. Chiunque altro al posto di Bourdoncle si sarebbe impressionato e avrebbe temuto un errore increscioso dal momento che lei minacciava di rivolgersi alla giustizia per vendicarsi di un tale affronto.

«Pensateci bene, signore! Mio marito può andare anche dal ministro».

«Ma via, siete come le altre, non volete proprio ragionare» disse lui spazientito. «Dovremo farvi perquisire, visto che non abbiamo altra scelta».

Lei non batté ciglio, anzi replicò con sprezzante sicurezza:

«Bene, perquisitemi… Ma vi avverto che state rischiando grosso» (p. 468).

«È una trappola!» gridò quando tornarono Bourdoncle e Jouve. «Mi hanno nascosto i merletti addosso! Lo giuro davanti a Dio!».

Ora piangeva lacrime di rabbia, accasciata su una sedia, senza fiato, con il vestito riabbottonato alla meglio. Bourdoncle fece uscire le commesse. Poi riprese con la sua aria tranquilla:

«Signora, siamo disposti a chiudere qui questa spiacevole faccenda per riguardo alla vostra famiglia. Prima, però, dovrete firmare un foglio in cui dichiarate: “Ho rubato dei merletti al Bonheur des Dames”, con l’indicazione degli articoli e la data… D’altronde vi restituirò questo foglio appena mi porterete duemila franchi per i poveri».

Lei si era alzata dicendo, in un nuovo scatto di ribellione:

«Non firmerò mai una cosa del genere, preferisco morire».

«Non morirete per questo, signora. Però vi avverto che in tal caso dovrò mandare a chiamare il commissario di polizia».

Allora ci fu una scenata spaventosa. La contessa lo insultava balbettando che era indegno di un uomo torturare così una donna. La sua bellezza giunonica, il suo corpo maestoso, le si sfiguravano in una furia da pescivendola. Poi, nella speranza di suscitare la loro pietà, si mise a supplicarli in nome delle loro madri, dicendosi pronta a prostrarsi ai loro piedi. E siccome rimanevano impassibili, induriti dall’abitudine a quelle scene, si sedette di colpo e cominciò a scrivere con mano tremante. La penna schizzava inchiostro; le parole «Ho rubato», calcate con rabbia, per poco non bucarono il foglio sottile, mentre lei ripeteva con voce strozzata:

«Ecco, signore, ecco qui… Mi arrendo alla forza…».

Bourdoncle prese il foglio, lo piegò con cura e lo chiuse davanti ai suoi occhi in un cassetto dicendo:

«Come vedete è in buona compagnia, perché in genere le signore che dicono di voler morire piuttosto che firmare si scordano di venire a riprendersi i loro bigliettini… Comunque sia, lo tengo qui a vostra disposizione. Giudicherete voi se vale duemila franchi»

Lei finiva di riallacciarsi il vestito e, ora che aveva pagato, ritrovava tutta la sua arroganza.

«Posso uscire?» chiese in tono secco.

[…].

Madame de Boves ripeté la domanda e, nel vedersi congedata con un cenno del capo, avvolse i due uomini in uno sguardo assassino. Fra tutti gli insulti che si ricacciava in gola, le salì alle labbra un’espressione di melodramma.

«Miserabili!» disse sbattendo la porta» (pp. 469-471).

Oggi, la categoria diagnostica di “cleptomania” è fortemente messa in discussione. Alcuni critici temono che la diagnosi di cleptomania serva a fornire un’argomentazione difensiva agli avvocati di individui dell’alta borghesia che, in questo modo, potrebbero imputare a una condizione psichica, a una mania, quella che è invece una scelta razionale, eludendo la responsabilità penale che deriverebbe dal reato compiuto. Gli scettici ritengono, in altre parole, che la cleptomania costituisca una scappatoia delle classi agiate, come misero in evidenza personalità come Mark Twain ed Emma Goldman. Del resto, questa categoria è nata proprio per rispondere a un quesito che le classi borghesi si ponevano nell’Ottocento: Perché una donna abbiente e di buona famiglia, con un marito pronto a soddisfare ogni suo bisogno, dovrebbe rubare oggetti di poco valore? Dal momento che il quesito non aveva una risposta soddisfacente, si ricorse a un trucco vecchio come il mondo, ossia di imputare la condotta a un episodio di follia. È semplice. Quando non si sa come giustificare un’azione o quando non la si comprende, si chiama in causa la pazzia e tutto è risolto. O meglio nulla è risolto perché la follia non spiega nulla, anche se dà l’impressione di farlo. Lo stesso accade quando si decide di far parte di un gruppo politico o religioso diverso da quello dominante. Pensateci: la pazzia, come spiegazione, è sempre in agguato. È utile, conveniente e basta un medico compiacente.

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Il piromane del Vesuvio?

È dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di quello che è ritenuto il responsabile del grave incendio che ha distrutto 10.000 metri quadrati di Parco nazionale del Vesuvio il 14 luglio scorso. Si tratta di un uomo di 24 anni di Torre del Greco, di mestiere macellaio, già noto alle forze dell’ordine per precedenti reati predatori e detenzione di armi. Cinque anni fa, il giovane tentò inutilmente di portare via dei cavi di rame da una stazione e a suo carico figura anche una denuncia per simulazione di reato. I giornali hanno dato ampio risalto alla notizia, come si può vedere qui e qui. Ciò che più colpisce è che tutti gli organi di informazione sono concordi nel definire l’accusato “piromane”. Il Mattino sottolinea il fatto che il giovane sarebbe ossessionato dalle fiamme e che questa sua ossessione avrebbe messo in pericolo perfino la sua abitazione. La stessa testata azzarda anche una interpretazione in chiave psicopatologica: il suo sarebbe il “gesto sconsiderato di un folle” (luogo comune molto diffuso presso i giornalisti). Questa interpretazione sarebbe avvalorata da una intercettazione telefonica in cui l’accusato viene definito uno che “non ci sta con la testa”. In attesa degli sviluppi (per usare un altro luogo comune giornalistico), alcune considerazioni.

Quali sono le ragioni o le circostanze che spingono ad appiccare un incendio? Stando ai rapporti ecomafia di Legambiente, in termini di colpa, le ragioni principali sono l’imprudenza, la negligenza e la disattenzione. In termini di dolo, invece, uno dei motivi principali è il tentativo di ottenere vantaggi economici. Ciò avviene, ad esempio, quando si vuole riscuotere un’assicurazione; quando si intende creare dei terreni coltivabili e di pascolo a danno del bosco; quando si bruciano dei residui agricoli; quando si intende ripulire il terreno in vista della semina; quando si vuole trasformare un terreno rurale in un terreno edificabile; quando si vogliono creare posti di lavoro; quando si vuole approvvigionarsi di legna o risanare il bosco. Un altro motivo è la volontà di occultare un’attività illecita (dissimulare un reato bruciando tutto). Altri possibili motivi sono la vendetta, il rancore, la protesta e il vandalismo. Tutte ragioni, come è evidente, perfettamente razionali, per quanto detestabili.

Appiccare un incendio è un reato non di poco conto. Ogni incendio comporta conseguenze per l’ecosistema: frane, smottamenti, lunghi tempi di riassetto, inquinamento, perdita del patrimonio forestale. Ciò che colpisce e mistifica il lettore di quotidiani o lo spettatore dei telegiornali è, però, l’etichetta che stampa e media in generale utilizzano per riferirsi agli autori di queste condotte criminali: la parola  “piromane”. Così adoperato, il termine è profondamente fuorviante perché fa pensare che tutti gli incendiari di cui si parla nei titoli giornalistici siano afflitti da una qualche turba psichica e agiscano in base a incomprensibili, quanto irresistibili, impulsi antisociali. Piromane è, infatti, un termine coniato nell’Ottocento in ambito psichiatrico per descrivere un individuo affetto da una mania. L’inventore del termine è il francese C.C.H. Marc il quale parlò per la prima volta di “monomania incendiaria” o “piromania” nel 1833 per riferirsi soprattutto a «fanciulle di campagna, frustrate sessualmente, o uomini anziani alla fine della vita sessuale». Al giorno d’oggi il concetto continua a essere usato in psichiatria tanto da comparire anche nell’ultima versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), la “bibbia” degli psichiatri di tutto il mondo.

La realtà, però, è che il piromane appare una figura relativamente marginale nell’ambito della fenomenologia incendiaria. Se esaminiamo le sue caratteristiche e le poniamo a confronto con quelle della stragrande maggioranza degli incendiari che ogni estate deturpano il patrimonio boschivo del nostro e di altri paesi, emerge chiaramente che questi agiscono per lo più in base a ragioni perfettamente razionali e non psicopatologiche. Incontrare “veri” piromani è una circostanza abbastanza rara, perfino per gli stessi psichiatri. Non a caso, sin dalla creazione del termine, molti studiosi ne hanno dichiarato l’inutilità concettuale, chiedendone la rimozione dal novero dei disturbi psichici.

È, dunque, estremamente fuorviante parlare di “piromani che appiccano incendi”. Nella maggior parte dei casi, si tratta di criminali che deliberatamente, per motivi razionali, decidono di incendiare boschi e montagne. In piccola parte, di individui negligenti o distratti. In piccolissima parte, infine, di persone con un comportamento psicopatologico. Non si può confondere la parte con il tutto. Ma questo, giornali e media sembrano dimenticarlo costantemente. Anche perché, forse, “piromane” fa più audience di “incendiario”.

Per saperne di più su altri miti della criminalità, rimando al mio Delitti. Raptus, follia e misteri. Dalla cronaca alla realtà.

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Un errore di traduzione davvero… stolto

Il Qoelet o Ecclesiaste, tra i libri della Bibbia, è sicuramente uno dei più complessi. Attribuito a un autore ignoto che dice di essere il Re Salomone, pervaso da uno spirito tetro e pessimistico come pochi, è ricco di riflessioni sulla vita e la morte e, a detta di molti, presenta non pochi punti di difficile comprensione; talmente difficile che perfino un traduttore esperto come San Gerolamo, autore della cosiddetta Vulgata, la prima traduzione completa in lingua latina della Bibbia dall’ebraico, vi inciampò in modo grossolano.

L’errore forse più noto riguarda Ecclesiaste 1, 15. Se si prende una traduzione contemporanea di questo verso si leggerà: «Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare» (Bibbia CEI). Come commenta il teologo Luca Mazzinghi:

Il primo proverbio viene forse dall’ambiente agricolo; ce ne sono di analoghi in Egitto, dove si legge che un legno storto non può essere raddrizzato neppure dal più abile artigiano. L’altro proverbio è proprio dell’ambito commerciale: «Quel che manca non lo  puoi  contare»;  un  contabile  non  può fare  i  conti  con  cose  che  non  esistono.  Cosa  vogliono dire questi due proverbi? L’uomo è impotente di fronte ad una realtà che lo sovrasta, non può raddrizzare ciò che è storto e contare ciò che manca, ovvero l’essere umano è limitato.

Se questa interpretazione sembra reggere, non si capisce perché San Girolamo tradusse la seconda parte del verso nel seguente modo: «Stultorum infinitus est numerus», cioè «Infinito è il numero degli stolti». La sua traduzione, infatti, sembra essere del tutto difforme dall’originale ebraico. Come spiegare questo errore? Ancora Mazzinghi:

[…] forse perché il termine biblico tradotto con ciò che manca (hesròn) viene letto come hasar leb, qualcuno che manca di cervello;  forse  Girolamo  aveva  un  altro  manoscritto  o  forse  cambia  il  testo perché gli pareva  troppo  difficile.  Fatto  sta  che  il  proverbio  «ciò  che  manca  non  si  può  contare» diventa  nella  Vulgata: «stultorum infinitus est numerus», è infinito il numero degli stolti.

Quale che sia la causa dell’errore, Mazzinghi ci invita a prenderla con filosofia e ci ricorda il commento di un tale padre Vaccari che può servirci da consolazione:

«Etsi  opinari  non  vetamur…  quod  stultorum    infinitus  est  numerus».  Gli  stolti  sono  sempre  più  di  quanto  tu  pensi  e  più  pericolosi  di  quanto  tu  creda;  ben  peggiori  dei  cattivi,  come  scrive  D.  Bonhoeffer.  Dai  malvagi infatti  ci  si  difende,  dagli  stupidi  no;  sono  proprio  quelli  che  fanno  i  veri  danni  nel  mondo,  perché  il  malvagio  sa  d’essere  un  malvagio  ma  lo stupido non sa d’essere stupido.

E, potremmo aggiungere con Einstein, «Due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, ma sull’universo ho ancora dei dubbi».

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