La costruzione sociale della tossicomania

In Italia, il tema della droga e della tossicodipendenza è stato affrontato soprattutto in un’ottica medica, moralistica o psicologico/psichiatrica. Ancora non sufficienti sono le interpretazioni di stampo sociologico e, in particolare, di tipo costruttivistico, che tendono cioè a vedere la droga come un oggetto sociale “costruito” dagli stessi attori sociali, dagli “esperti”, dai professionisti e dagli stessi tossicodipendenti. Eppure, il modo di considerare la droga non è stato sempre il medesimo. Nel corso del tempo, si è passati da una prospettiva sociale tollerante nei confronti delle sostanze psicoattive, come alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, periodo in cui persone rispettabilissime e di classe media acquistavano le loro droghe dalle farmacie all’angolo della strada senza per questo essere stigmatizzate o incriminate, a periodi come il nostro, dominato dal verbo proibizionista, che vede nella droga un male assoluto e nel drogato un pericoloso malato e delinquente da curare e punire. Queste trasformazioni sono avvenute in seguito a precisi avvenimenti e all’affermarsi di precisi modi di vedere il mondo di cui spesso non si sa molto.

Il mio ultimo volume, da poco disponibile in libreria, intende rimediare parzialmente a questa lacuna conoscitiva, proponendo un approccio eminentemente sociologico alla questione droga e alla tossicodipendenza, sia ricostruendo le tappe principali dei cambiamenti sociologici che hanno riguardato la droga dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Sessanta del XX secolo, sia offrendo per la prima volta al lettore italiano la traduzione di alcuni articoli e saggi che hanno animato la discussione sociologica sull’argomento. Si tratta di due articoli classici del sociologo americano Alfred Lindesmith, il primo probabilmente a proporre una teoria esclusivamente sociologica del fenomeno della tossicodipendenza: “A Sociological Theory of Drug Addiction” (1938) e “Dope Fiend Mythology” (1940). A questi si aggiungono l’articolo, citatissimo, del medico americano Robert Schless, “The Drug Addict” (1925), e due articoli divulgativi che contribuirono tantissimo a sostenere una certa visione della droga negli anni Venti e Trenta del XX secolo: “Negro Cocaine ‘Fiends’ New Southern Menace” (1914) di Edward Huntington Williams  e “Marijuana, Assassin of Youth” (1937) di Harry Jacob Anslinger e Courtney Ryley Cooper, probabilmente l’articolo che più di tutti ha contribuito ad alimentare il panico morale nei confronti della droga nel XX secolo.

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To jump or not to jump

La notizia ha dell’incredibile. Anzi, è talmente assurda da apparire inverosimile. Il fatto è accaduto nel 2015, ma, curiosamente, ha avuto risonanza internazionale solo due anni dopo, nel giugno 2017 (ad esempio qui, qui e qui).

Ecco quanto è accaduto.

Vera Mol è una ragazza olandese di 17 anni e, nel 2015, si trova sul ponte di Cabezon de la Sal in Cantabria (Spagna) per partecipare a una seduta di bungee jumping, il popolare sport estremo che consiste nel lanciarsi da un luogo elevato (per esempio un ponte) dopo essere stati imbracati con una corda elastica. Vera Mol è in piena fase adrenalinica. Non vede l’ora di lanciarsi nel vuoto. Ha già il capo di una corda attaccato al corpo, ma l’altro capo è libero. A questo punto – riportano le cronache di tutto il mondo – l’istruttore, in un pessimo inglese,  le dice «No jump», intendendo «Don’t jump» («Non saltare»), ma la ragazza interpreta la frase in modo difforme: «Now jump!» cioè «Ora salta!». Raccogliendo l’invito, Vera Mol salta e muore. A causa, battono tutti i quotidiani, di una parola compresa male.

Il fatto, risalente, come detto, al 2015, ha acquisito improvvisa notorietà internazionale due anni dopo, perché solo nel giugno 2017 è iniziato il relativo processo.

L’istruttore è accusato non solo di aver causato involontariamente la morte della ragazza, ma anche di non aver verificato la sua età (Vera Mol, come detto, non aveva ancora 18 anni). Sembra, inoltre, che il ponte di Cabezon de la Sal non fosse adatto alla pratica del bungee jumping secondo le regole spagnole.

Al di là delle responsabilità dell’istruttore, resta il fatto che un banale errore di pronuncia ha causato la perdita di una vita umana. Ciò può lasciare qualche perplessità, ma, come testimonia l’episodio biblico di Giudici 12, 1-6 – in cui si racconta la vicenda del conflitto tra galaaditi ed efraimiti, vinto dai primi che trucidarono 42.000 avversari dopo averli invitati a pronunciare la parola shibbolet; parola che gli efraimiti avevano difficoltà a pronunciare – situazioni del genere sono ben presenti nel nostro immaginario culturale e rivelano una secolare sensibilità nei confronti di vicende che possono sembrare trascurabili, ma che, come è evidente dalla tragica storia di Vera Mol, possono avere conseguenze letali.

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Il tatuaggio secondo Lombroso e noi

Nel cap. VII del suo L’uomo delinquente (1876), Lombroso descriveva il tatuaggio come «uno dei caratteri più singolari dell’uomo primitivo» per il quale era «un ornamento, un vestiario, un distintivo nobiliare, onorifico e quasi gerarchico; […] un primo richiamo sessuale, perché segnala la pubertà nel maschio; […] persino una specie di archivio ambulante, nel quale l’individuo nota i fasti più notevoli della propria vita». Nei contemporanei, invece, l’uso, pressoché scomparso, era rimasto solo nei contadini, negli operai, nei pastori, nei marinai, nei soldati. E naturalmente nei delinquenti (soprattutto nei recidivi e nei delinquenti-nati, sia ladri che assassini, “la più triste canaglia”) e nelle prostitute.

Lombroso notava che i delinquenti se lo facevano anche sul pene, circostanza che lo portava a concludere che «queste forme provano non solo l’impudicizia, ma anche la strana insensibilità di costoro, essendo la regione degli organi sessuali una delle più sensibili al dolore».

Tra le cause del tatuaggio, Lombroso annoverava la religione («come si vede nelle torme di pellegrini, per esempio, a Loreto»), l’imitazione, la vendetta («che vogliono così eternare almeno in effigie come un impegno ed una minaccia»); l’ozio e la vanità, ma soprattutto l’atavismo «come riproduzione d’un costume diffusissimo tra le popolazioni primitive e tra i selvaggi, con cui i criminali hanno tanta affinità, […], per la violenza delle passioni, per la stessa torpida sensibilità, la stessa puerile vanità e il lungo ozio; e ancora l’atavismo storico come sostituzione di una scrittura con simboli e con geroglifici alla comune alfabetica».

Un seguace di Lombroso, Antonini, autore di un volume dal titolo I precursori di Lombroso, ribadiva la tesi del maestro annotando nel suo libro:

Il tatuaggio è certo una delle usanze più diffuse e in onore presso l’uomo primitivo; costituiva per lui ornamento, vestiario, distintivo gerarchico. Attualmente è andato scomparendo e permane solo, come eccezione normale, nei contadini, operai, marinai e soldati. Nei criminali si riscontra invece con una frequenza straordinaria e nei minorenni nel 40%. È inoltre molteplice, complicato, diffuso sulle parti più delicate del corpo, ove l’evitano anche i selvaggi, a documento della grande insensibilità dei criminali.

Se volessimo prendere sul serio queste osservazioni, dovremmo concludere che tra i nostri contemporanei, avvezzi, come è noto, al tatuaggio anche nelle parti più sensibili, si nascondono migliaia di delinquenti atavici, anche tra le classi alte. Lo proverebbe la grande “insensibilità” mostrata nel farsi tatuare ogni angolo del corpo a dispetto di ogni dolore. Anzi, alcune categorie di persone – musicisti, rapper, calciatori, sportivi – dovrebbero essere inclini a una forma piuttosto abbrutita di delinquenza. Vivremmo, dunque, in un mondo insano, folle, malato, atavico, appunto. O forse era Lombroso ad avere torto e a considerare pratiche sociali (all’epoca) marginali come marchi di Caino degli stessi marginali, prova indiscutibile della loro propensione criminale innata. Un po’ come succede oggi a chi emigra dal Sud del mondo verso il Nord, accusato, già solo per questo, di essere propenso a ogni genere di efferatezza.

Leggendo le pagine di Lombroso, ci si rende conto che è facile fare di un tratto una caratteristica criminale. Basta prendere uno stigma, condirlo di una manciata di statistiche inattendibili, aggiungere una teoria che si regge su fatti e dati altrettanto inattendibili, agganciarsi a opinioni e convinzioni negative mai provate su quello stigma, disseminare il tutto di qualche proverbio popolare che legittimi il tutto e dimostrare l’indimostrabile. Lombroso lo faceva con tatuati, mancini e affetti da anomalie fisiche varie. Noi lo facciamo con immigrati, tossicodipendenti e altri marginali.

Insomma, Caino è sempre pronto a rinascere.

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Sui bambini dimenticati in auto

L’ultima in ordine di tempo è stata Ilaria Naldini di Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo; l’ultimo genitore (per il momento) in Italia a dimenticare la propria figlia in auto. Una dimenticanza fatale che ha causato la morte di Tamara Rossi di appena 16 mesi. Le cronache dicono che, a seguito dell’accaduto, i genitori della bambina hanno dovuto chiudere i loro profili social, essendo diventati bersaglio di incessanti contumelie. Secondo l’opinione corrente, infatti, chi si rende protagonista di un atto del genere, per quanto involontario, è un genitore degenere, che non merita nemmeno la qualifica di essere umano. Un mostro che non ha scusanti. Un aborto della natura. Un essere raccapricciante come pochi. Un pazzo, forse. Non a caso chi biasima episodi del genere tende a pensare che “questo non potrebbe mai accadere a me”.

In realtà, stando ad alcuni dati (un po’ superati, a dire il vero) riportati in un opuscolo del Ministero della Sanità, il fenomeno è tutt’altro che raro. Leggiamo ad esempio:

Negli Stati Uniti muoiono ogni anno in media 36 bambini a causa dell’ipertermia per essere stati lasciati in auto, per un totale di 468 morti negli ultimi 12 anni.

In Francia la Commissione per la sicurezza dei Consumatori ha rilevato che, tra il 2007 e il 2009, ci sono stati 24 casi di ipertermia in bambini rimasti chiusi in macchina, di cui 5 mortali.

Il 54 % dei genitori aveva lasciato intenzionalmente il bambino in auto, per svolgere qualche commissione, sottovalutando il rischio legato a tale comportamento.

Il 46% aveva dimenticato il bambino in automobile recandosi al lavoro o tornando a casa.

Secondo un’altra fonte, in Italia, sono 6 i casi verificati dal 2008 a oggi.

Sono tutti folli o immorali i protagonisti di questi numeri? E se la follia e l’immoralità non fossero una spiegazione valida, come è possibile interpretare questi casi di “morte per ipertermia” come recita la dizione tecnica?

Gli psicologi spiegano questi episodi in termini di “sovraccarico cognitivo”: viviamo in una società che ci sottopone a continui stimoli, pressioni, impegni. Spesso siamo chiamati a fare più cose contemporaneamente – guidare, parlare al telefono, inviare SMS, passare rapidamente dal luogo di lavoro alla palestra, alla scuola – a prendere più decisioni insieme, a trovare soluzioni immediate a richieste subitanee e contestuali. Tutto ciò condiziona il nostro sistema cognitivo che, avendo dei limiti, non riesce a performare al meglio (per usare un brutto calco linguistico). Troppe cose, tutte insieme. È probabile che chi ama coniare etichette definirà un giorno la nostra società la “società della contemporaneità”.

Gli psicologi parlano anche di “amnesia dissociativa”, quando la persona “al momento del fatto era completamente incapace d’intendere e di volere per il verificarsi di una transitoria amnesia dissociativa”, e di “cecità e sordità da disattenzione”, quando un determinato stimolo visivo o sonoro entra nel nostro campo percettivo senza essere elaborato dal cervello. In questo modo, non riusciamo a vedere o sentire uno stimolo che pure è lì davanti a noi. Così chi è convinto di aver trasportato il figlio a scuola, preso da mille altre sollecitazioni, può addirittura vederlo o sentirlo nel retro della macchina, senza vederlo o sentirlo davvero perché, intanto, altri stimoli reclamano la sua attenzione.

Come dice Massimo Blanco, autore di Fondamenti di Neurosociologia, la disattenzione sociale è direttamente legata al nostro stile di vita ed è probabile che, con l’intensificarsi della vita quotidiana simili episodi accadranno con sempre maggiore frequenza, pur rimanendo comunque assolutamente minoritari:

I telefoni cellulari, Internet, i social network, i servizi di messaggistica istantanea, gli iPod, la televisione ecc., influiscono sulle nostre attività cerebrali compromettendo la nostra vita sociale, dal livello interattivo più basso, come una semplice occhiata con un passante per strada, sino ad arrivare alle complesse relazioni sociali come l’accudimento genitoriale, passando per le attività potenzialmente a rischio sicurezza come la guida di un veicolo. Le cause di tutto ciò non sono psichiche ma sociali.

È importante sottolineare la dimensione sociale di eventi del genere, perché la loro eccessiva psicologizzazione corre il rischio di ingenerare una attenzione eccessiva al singolare, all’unico, all’eccezione, al folle, quando, invece, è la forma particolare che ha assunto la vita di tutti noi nell’ultimo secolo a incubare distrazioni del genere. Sicuramente, prendersela con i genitori, inveire contro di loro e chiamarli mostri non serve a nulla, se non ad aggiungere danno a tragedia.

Un’ultima notazione riguarda chi accusa i genitori sbadati di immoralità e cattiveria. Agisce in questo caso un bias mentale particolarmente potente – detto outcome bias, in inglese – per cui l’esito funesto di un evento, come la morte di un bambino, fa scattare nella mente degli osservatori l’idea che a “effetto grande” debba corrispondere una “causa grande” e quindi a una morte debba corrispondere una causa superiore a una semplice distrazione. Di qui l’imputazione di perversità, malvagità, immoralità. In ambito giudiziario, questo bias si palesa in tutta la sua evidenza nei processi per reati colposi quando le conseguenze dannose sono particolarmente gravi: più è grave la conseguenza, più si tenderà ad attribuire al responsabile colpe maggiori. Questo è esattamente quello che succede nel caso dei bambini morti in auto per una dimenticanza.

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Gli immigrati come vittime di reato

Il Naga, associazione di volontariato milanese che si occupa di promuovere e tutelare i diritti dei cittadini stranieri, ha recentemente segnalato il caso di un immigrato irregolare, il quale, aggredito da un ubriaco con una bottiglia di vetro rotta e recatosi in Questura per la denuncia, ha ricevuto il foglio di via perché senza permesso di soggiorno. Questo il commento dell’associazione come riportato da Redattore Sociale:

Se andare al pronto soccorso o al commissariato per fare una denuncia comporta automaticamente l’espulsione, ogni immigrato irregolare eviterà come la peste ospedali, posti di polizia e qualsiasi altro ufficio pubblico. Perché avrà sempre il timore di essere espulso. Ma in questo modo non vengono denunciati i reati (di cui anche chi è senza permesso di soggiorno può essere vittima) né i malati si fanno curare.

Tra maggio e dicembre 2009 ho condotto una ricerca esplorativa, poi pubblicata, su 73 immigrati abitanti nelle province di Caserta e Napoli intervistati allo scopo di esplorare il loro livello di vittimizzazione, la loro percezione della sicurezza, il loro rapporto con le forze dell’ordine e la loro propensione a denunciare. Il lavoro si situa nel più ampio contesto delle ricerche criminologiche sugli immigrati, ma con una variante fondamentale: a differenza di quanto di solito accade, il focus non era sugli immigrati come autori di reato, ma come vittime di reato. Un campo, questo, sul quale ancora oggi c’è molto da indagare.

Una delle aree esplorate è stata quella relativa alla propensione degli immigrati a denunciare i reati subiti. È emerso che la tendenza degli immigrati a sporgere denuncia è piuttosto scarsa. Ciò è dovuto a diverse ragioni. Gli immigrati irregolari preferiscono non rivolgersi alle forze dell’ordine per timore di essere denunciati a loro volta in quanto non in regola con le leggi che disciplinano l’ingresso dei migranti. Di ciò sono consapevoli anche datori di lavoro privi di scrupoli e delinquenti che, infatti, sanno di poter trovare negli immigrati irregolari delle vittime pressoché passive e rassegnate. Anche gli immigrati regolari, però, preferiscono denunciare il meno possibile. Uno dei motivi è che l’eventuale decisione di rivolgersi alla polizia potrebbe ritorcersi contro di loro. Non è infrequente il caso dell’immigrato che, sfruttato sul luogo di lavoro, preferisce non agire per paura di perdere il lavoro e/o di non trovare mai più un lavoro in quanto “spia” e, quindi, persona ritenuta inaffidabile. Senza contare, poi, che perdere un lavoro può voler dire perdere  il permesso di soggiorno e quindi diventare da regolare irregolare.

Un altro motivo è la scarsa conoscenza della legge. Un immigrato vittima di reato, pur desideroso di denunciare il torto subito, può non avere idea di come sporgere denuncia. In alcuni casi, gli intervistati hanno dichiarato di essere stati invitati a desistere dalle loro intenzioni sia da conoscenti e datori di lavoro italiani sia dalle stesse forze dell’ordine. Inoltre, una ragione importante di rinuncia è data dalla credenza che se l’autore del reato è italiano, questi conoscerà tutte le sottigliezze per avere la meglio sull’immigrato o, comunque, possiederà conoscenze che l’immigrato non è in grado di avere e che gli consentiranno di avere la meglio.

Decisiva può essere anche la conoscenza della lingua. Diversi immigrati hanno esplicitamente dichiarato di non essersi rivolti alla polizia o ai carabinieri per timore di non sapersi esprimere.

In alcuni casi, gli intervistati hanno riferito di essere stati minacciati di guai ben peggiori qualora avessero deciso di sporgere denuncia.

Infine, un forte motivo di resistenza, peraltro condiviso con gli italiani, è l’idea che andare dalla polizia non servirebbe a nulla e che il tutto si risolverebbe in una grossa perdita di tempo, se non di denaro. Da aggiungere che molti immigrati ritengono che ogni incontro con le forze dell’ordine sia una potenziale occasione di problemi e, dunque, preferiscono farne a meno.

Riguardo ai reati subiti dagli immigrati, ci troviamo di fronte a un grosso “numero oscuro” su cui sono compiuti pochi studi e che, fondamentalmente, non interessa a nessuno. È questo uno degli ambiti su cui criminologi e sociologi dovrebbero maggiormente indagare, ma temo che fino a quando continuerà a essere un argomento “di basso prestigio” le ricerche continueranno a essere poche.

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Il museo delle jinmenseki

Agli amanti della pareidolia, è obbligatorio segnalare l’esistenza a Chichibu, città giapponese a nord-ovest di Tokyo, di un museo particolare, chiamato Chinsekikan. Questo museo esibisce più di 1.700 pietre che, in maniera assolutamente casuale e senza interventi esterni, somigliano a volti umani.

In giapponese, queste pietre si chiamano jinmenseki e, all’interno del museo, se ne possono trovare alcune davvero sorprendenti che richiamano alla mente personaggi celebri come Gorbaciov, il pesciolino Nemo, Elvis Presley e Donald Trump. L’iniziativa si deve a una idea di Shozo Hayama che, per 50 anni, ha collezionato pietre del genere, riuscendo infine a tradurre questa apparente bizzarria in un museo. Secondo il sito This is Colossal, non sarebbe nemmeno l’unica bizzarria. Chi volesse frequentare il museo, infatti, farebbe meglio a informarsi in anticipo sui giorni di apertura in quanto il museo è noto anche per il fatto di chiudere inaspettatamente per ragioni personali.

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Ancora sul kirpan

In un post precedente, ricordavo come il kirpan, il coltello simbolo religioso per i sikh, sia da tempo al centro di un conflitto culturale in Italia tra autorità istituzionali, che ne negano l’uso in quanto “contrario ai nostri valori”, e comunità di immigrati che ne rivendicano orgogliosamente il significato religioso. Un recente articolo del Corriere della Sera, ci informa che un poliziotto in pensione, Roberto Rossi, di 44 anni, ha inventato un nuovo kirpan, uguale a quello considerato fuori legge, ma di un materiale diverso che non taglia o perfora. Una lama inoffensiva e morbida che si piega come burro. Il pugnale è già stato brevettato e sarà prodotto dalla società PR Distribuzione, non per essere venduto nei negozi, ma per essere dato ai sikh che ne faranno richiesta.

La notizia ci ricorda che uno dei possibili modi di risolvere un conflitto culturale è il compromesso. L’arroccarsi su posizioni irremovibili può portare a una escalation del conflitto e a un aggravamento della contesa. In ultima analisi, si tratta di una mediazione tra simboli e i simboli possono sempre essere manipolati e/o adattati.

Sul tema dei conflitti culturali, rimando ancora al classico da me tradotto Conflitto culturale e crimine, di Thorsten Sellin, recentemente pubblicato dalla casa editrice Besa.

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La sindrome del beduino

Ci si è meravigliati, in occasione della recente finale di Champions’ League (3 giugno) tra Juventus e Real Madrid, vinta dagli spagnoli, di come tante tifoserie di squadre italiane abbiano platealmente tifato per il Real Madrid contro la Juventus, nonostante il Real Madrid sia una squadra “straniera” e avesse, in un turno precedente, eliminato il Napoli, una delle squadre i cui tifosi hanno maggiormente celebrato la vittoria degli spagnoli. Per capire questo fenomeno, non basta richiamare la storica inimicizia tra le tante tifoserie italiane. Può essere utile ricordare invece la cosiddetta “sindrome del beduino”, individuata dal sociologo Paul Harrison nel 1974, una interpretazione del comportamento dei tifosi che si regge su quattro principi di base: (1) l’amico di un amico è un amico; (2) il nemico di un amico è un nemico; (3) il nemico di un nemico è un amico; (4) l’amico di un nemico è un nemico. I principi della sindrome del beduino permettono di spiegare le alleanze temporanee e finalizzate a uno scopo formate dai tifosi del calcio. Ad esempio, tifosi di squadre di club in competizione tra loro, tra cui potrebbe esserci inimicizia in altri contesti, cooperano quando sostengono la squadra che rappresenta la propria nazione. Allo stesso modo, come nel caso della partita Juventus-Real Madrid, la comune inimicizia nei confronti della Juventus, squadra che da sei anni domina il campionato italiano, permette a squadre in competizione, anche acerrima tra loro, di sentirsi accomunate dal medesimo tifo contro (“il nemico di un nemico è un amico”). Si tratta di un modello fluido e rapidamente mutevole di alleanze e fedeltà, che probabilmente, almeno considerando la frequenza e le dimensioni, non ha eguali in nessun altro campo,  nemmeno  quello della politica, dove pure i “beduini” abbondano.

Testo di riferimento: Paul Harrison, “Soccer’s Tribal Wars”, New Society, 1974.

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I Deficientes in Portogallo

Deficientes. È così che in portoghese vengono chiamati i disabili o le persone con disabilità. Attenzione, però, a non cadere vittima dei “falsi amici”, come sono detti in linguistica i termini che, in una lingua, assomigliano a quelli di altre lingue, ma con significato diverso. Deficientes non è un termine offensivo nei confronti dei disabili, almeno non più di quanto lo sia lo stesso “disabili”.

Detto questo, mi ha colpito ciò che ho visto nel corso di un breve, recente viaggio in Portogallo. Nella metro di Lisbona, per due giorni consecutivi, ho incrociato alcune persone cieche che, durante il percorso, servendosi di un bastone da passeggio e stringendo in mano una cassettina in legno ben rifinita e non improvvisata o adattata, chiedevano l’elemosina, ripetendo in continuazione una formula di aiuto monotona. Ciò che mi ha colpito è che nessuno dei questuanti indossava gli occhiali neri che, in Italia, siamo abituati ad associare alla cecità. Anzi, la diversità degli occhi era esibita, quasi ostentata. In secondo luogo, ho riscontrato la sostanziale indifferenza dei viaggiatori al passaggio di queste persone, segno, a mio avviso, della consuetudine di tali apparizioni nella metro portoghese, più che di insensibilità.

Questo incontro mi sollecita alcune domande e riflessioni. Lo status delle persone cieche in Portogallo è diverso da quello che esse hanno in Italia? Certamente, i ciechi sembrano avere una maggiore facilità di circolazione e di accesso ai mezzi di trasporto in Portogallo che da noi. Ma perché proprio i ciechi chiedono l’elemosina? Da noi, questo non succede praticamente mai. Chi chiede l’elemosina in Italia, sul treno o in metropolitana, appartiene ad alcune categorie codificate, così descritte dai viaggiatori: “zingari”, “suonatori” (le due cose possono coincidere), “tossici”, “disoccupati” (o almeno che così si definiscono). Aggiungerei vagamente “altri marginali”. Raramente mi è capitato di vedere disabili. In strada, invece, è più facile vedere persone cieche o mutilate che chiedono denaro. Qual è la spiegazione di questa differenza? E perché i ciechi in Portogallo hanno con sé una cassettina ad hoc per l’elemosina, mentre da noi i questuanti raccolgono le offerte in mano, nelle tasche o in cartoni e simili? È quasi come se il ruolo del questuante in Portogallo fosse più codificato e prevedesse una tecnica di richiesta delle offerte e degli strumenti precisi per la loro raccolta. Ma naturalmente potrei sbagliarmi. Quali sono poi le politiche sociali portoghesi nei confronti dei ciechi? Quello che ho visto è un episodio circoscritto o rimanda a un atteggiamento sociale nei confronti di questa disabilità? Insomma, un mucchio di domande infinite che attendono risposta. Ma una cosa è certa: la disabilità è un fenomeno sociale e, come tale, riceve un trattamento diverso da società a società che varrebbe la pena registrare e documentare.

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È vero che gli stranieri in Italia non vanno in carcere?

È uno dei luoghi comuni più diffusi a proposito degli stranieri e anche uno dei più politicizzati. Nella sua versione più estrema recita: gli immigrati vengono in Italia perché le pene sono più lievi e, in genere, lo Stato è più indulgente nei confronti dei criminali. L’Italia, dunque, come una sorta di bengodi del crimine dove chi è straniero può delinquere a piacimento senza temere le conseguenze delle proprie azioni.

Quanta verità c’è in questa opinione? Stando all’ultimo Rapporto Antigone (XIII) ben poca. Secondo gli ultimi dati disponibili, i stranieri detenuti sono addirittura il 34,1% del totale dei detenuti nelle carceri italiane (56.436). In gran parte sono marocchini, romeni, albanesi e tunisini: non per una particolare propensione criminale dei cittadini di queste nazioni, ma perché sono tra le comunità più presenti sul nostro territorio. La maggior parte dei reati commessi sono contro il patrimonio e la legge sulle droghe a testimonianza che, come recita lo stesso Rapporto Antigone, “la devianza degli stranieri si connota per essere strettamente connessa a fattori economici e alle ridotte possibilità di sostentamento, il che conferma il legame tra situazione di irregolarità e facilità di acceso al circuito penitenziario”. La religione più diffusa tra questi detenuti, contrariamente a un altro stereotipo, non è la musulmana (11,4%), ma la cattolica (54%). Infine, non è vero che i detenuti stranieri a rischio di radicalizzazione terroristica siano numerosissimi: quelli su cui si concentrano i timori (ma ciò non significa che siano tutti terroristi) sono 365, suddivisi in “segnalati” (124), “attenzionati” (76) e “monitorati” (165). Tra questi ultimi ci sono 44 detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale. 

I dati del XIII Rapporto Antigone ribadiscono, dunque, una verità di segno opposto rispetto allo stereotipo corrente e già nota agli addetti ai lavori: gli stranieri sono più spesso condannati ed entrano in carcere con più frequenza degli italiani e, a parità di numero di ingressi in carcere, subiscono periodi di detenzione più lunghi. Se esiste, dunque, un doppio binario, non è quello paventato da molti secondo cui gli italiani vanno in carcere, mentre gli stranieri restano fuori. Dall’esame complessivo dei dati, appare una costante penitenziaria che può essere così sintetizzata: gli immigrati, rispetto agli italiani, hanno più probabilità di essere arrestati; gli immigrati arrestati, rispetto agli italiani, hanno più probabilità di essere condannati e detenuti; gli immigrati detenuti, rispetto agli italiani, hanno più probabilità di restare in carcere.

Per questo e altri miti sulla criminalità, rimando a due miei recenti testi: Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

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