Il “potente” placebo

L’articolo di Henry Knowles Beecher (1904–1976) medico, anestesista e filosofo della medicina americano, The Powerful Placebo (1955), che qui introduco e traduco per la prima volta in italiano, almeno a mia conoscenza, occupa un ruolo di rilievo nella storia della medicina e dell’idea di placebo in particolare. Pur non essendo il primo testo a parlare di placebo o a rilevarne gli effetti, è stato sicuramente uno dei primi a tematizzare l’argomento in maniera forte, a far emergere l’importanza della sua trattazione ai fini della ricerca scientifica e a raccomandarne l’impiego in una ampia serie di contesti di indagine, oggi per lo più dati per scontati. Non a caso qualsiasi saggio, articolo o monografia sul placebo offre, ancora oggi, un doveroso quanto rispettoso riconoscimento all’opera di Beecher in bibliografia. Sembra che The Powerful Placebo sia stato citato quasi mille volte nelle riviste scientifiche. Alcuni studiosi non esitano ad assegnare all’articolo del medico americano il merito di aver introdotto, per primo, il placebo come fatto scientifico, a quantificarne gli effetti in varie patologie e a rilevarne l’importanza come trattamento medico. Al tempo stesso, The Powerful Placebo è stato sottoposto a critiche laceranti che ne hanno messo in discussione l’intero impianto, nonché minato le fondamenta in maniera quasi radicale. Penso che sia importante leggere l’articolo di Beecher e riflettere sulle sue parole perché, come ogni classico, introduce a un nuovo modo di vedere il mondo e, nonostante le critiche,  ha aperto la strada alla valorizzazione di uno strumento – il placebo, appunto – sul quale ancora oggi si discute tantissimo.

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Montaigne enantiodromico

Ho definito la “criminologia enantiodromica” una criminologia che contempla la possibilità che da comportamenti criminali o devianti scaturiscano conseguenze positive tanto per gli individui quanto per la società, nel suo complesso o in parte: si tratta di una criminologia “perversa”, paradossale, che sfida il senso comune, ma anche il senso criminologico più riconosciuto. Ho trovato tracce di pensiero enantiodromico in autori come Aristotele, Machiavelli, Donne, Mandeville e Marx. Un altro autore frequentemente paradossale ed enantiodromico è Michel de Montaigne (1533-1592), nei cui Saggi (Michel de Montaigne, 1986, Saggi, vol. 1, Mondadori, Milano, p. 126) è possibile leggere testi come il seguente:

Il vantaggio dell’uno è danno dell’altro.

Demade Ateniese condannò uno della sua città, che faceva il mestiere di vendere gli strumenti per le sepolture, sotto l’imputazione che quello chiedeva un prezzo troppo alto, e che questo profitto non gli poteva venire senza la morte di molta gente. Questo giudizio sembra infondato, in quanto non si trae alcun profitto che con danno di altri, e allora bisognerebbe condannare ogni sorta di guadagno.

Il mercante non fa bene i suoi affari che sulla intemperanza della gioventù; l’agricoltore sul prezzo caro del frumento; l’architetto perché le case vanno in rovina; gli ufficiali di giustizia sulle cause e liti della gente; la dignità stessa e la vita dei ministri della religione derivano dalla nostra morte e dai nostri vizi. Nessun medico sente piacere della salute dei suoi amici, dice l’antico Comico greco, né il soldato gode della pace della sua città: e cosi per il resto. E, ciò che è peggio, se ognuno si frugasse dentro, troverebbe che i nostri desideri interiori per la maggior parte nascono e si alimentano a spese altrui.

Considerando ciò, m’è venuto in mente, come natura in questo non si allontani affatto dal suo generale modo di governare, infatti i fisici credono che la nascita, il nutrimento e l’accrescimento di ogni cosa, è l’alterazione e la corruzione di un’altra:

Nam quodcumque suis mutatum finibus exit,

Continuo hoc mors est illius, quod fuit ante.

Certamente, è terribile pensare che “i nostri desideri interiori per la maggior parte nascono e si alimentano a spese altrui”, che la nostra vita è un crudele gioco a somma zero, ma è indubbio che ciò, a volte, accada. 

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Il placebo che ha origine in un errore di traduzione

Oggi di “placebo” e di “effetto placebo” si parla molto in ambito scientifico e non solo. Dei due termini sono state proposte innumerevoli definizioni, spesso sinonimiche. Una delle più note e citate è quella fornita da Shapiro e Morris, che riproduco qui di seguito:

qualsiasi terapia o componente terapeutica che è deliberatamente adoperata per il suo effetto non specifico, psicologico o psicofisiologico, o che è adoperata per il suo presunto effetto specifico, pur essendo priva di specifiche sostanze attive per la patologia in cura. Quando viene adoperato come mezzo di controllo negli studi sperimentali, il placebo viene definito come sostanza o procedura priva di specifiche sostanze attive per la patologia in valutazione. L’effetto placebo è definito come l’effetto psicologico o psicofisiologico prodotto dai placebo.

Non mi addentrerò in una discussione scientifica sull’argomento. È interessante, però, recuperare la storia del termine “placebo” che offre una inaspettata sorpresa. Il termine “placebo”, come è noto, è l’indicativo futuro del verbo latino “placere” (“io piacerò”). Ciò che è meno noto è che esso ha origine da un passo della Bibbia latina (Salmi 114,9. Nelle versioni moderne Salmi 116,9), grossolanamente tradotto da San Girolamo, autore della cosiddetta Vulgata, la traduzione della antica Bibbia greca ed ebraica in latino. Il versetto ha oggi questa forma: «Io camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi» (Bibbia Nuova Riveduta), ma Girolamo tradusse in latino: «Placebo Domino in regione vivorum», ossia «Piacerò a Dio nella regione dei viventi», fraintendendo il termine ebraico ethalekh (“Camminerò davanti a/alla presenza di”). Il termine “placebo”, dunque, è nato da un madornale errore di traduzione.

Nel Medioevo, in Inghilterra, si diffuse l’abitudine di cantare la nona riga del Salmo 116 in occasione di eventi funebri da parte di persone, riunite in coro, che millantavano una parentela o una qualche relazione con il defunto (o defunta), per scroccare un pranzo nel corso della cerimonia. Secondo altre versioni, si trattava di “professionisti” del pianto – una sorta di prefiche – pagati dai parenti del defunto (o defunta) per “cantare placebo”. Questa “professione” fu ritenuta appannaggio di persone ipocrite e adulatrici. Il termine “placebo” venne quindi associato a comportamenti insinceri e interessati. Una testimonianza di tale associazione si riscontra in un racconto dei celeberrimi Canterbury Tales (1386-1400) di Geoffrey Chaucer, “Il racconto del mercante”, in cui lo scrittore inglese dà il nome di Placebo a un personaggio adulatore e ipocrita, fratello del protagonista Gennaro (o Gennaio). La storia ci tramanda, quindi, una indubbia associazione tra il termine “placebo” e condotte ingannevoli e opportunistiche.

Secondo lo psichiatra statunitense Arthur Shapiro, il termine “placebo” appare per la prima volta nella sua accezione contemporanea nella seconda edizione del  New Medical Dictionary di Motherby del 1785 dove viene definito: “a common place method or medicine” (“un metodo o una medicina comune”, ma common va inteso nel senso di “dozzinale, grossolano, banale ecc.”). Verso la fine dell’Ottocento (nel Dictionary di Foster del 1894), il termine “placebo” viene ad acquisire l’ulteriore significato di “sostanza inattiva, inerte”, che oggi appare centrale nella definizione che viene ordinariamente data della parola. In queste prime definizioni, l’etichetta “placebo” viene applicata a metodi, sostanze o procedure ritenute inadeguate, non scientifiche: placebo è quello che fanno i ciarlatani in contrapposizione a ciò che fanno i veri medici. Proseguendo, il primo a definire e discutere di “effetto placebo” sembra essere stato il medico T.C Graves, in un articolo pubblicato sul Lancet nel 1920, dal titolo “Commentary on a case of Hystero-epilepsy with delayed puberty”. Qui Graves parla di “effetto placebo dei farmaci” che si manifesta nei casi in cui «sembra prodursi un vero effetto psicoterapeutico».

Come si vede, la parola “placebo” ha una storia straordinaria alle spalle, una storia che merita di essere conosciuta. Altrettanto straordinario, però, è l’errore di traduzione da cui la storia è cominciata. Perché, forse, se Girolamo non avesse frainteso quel versetto dei Salmi, oggi nessuno parlerebbe di placebo.

Fonti:

Graves, T. C., 1920, “Commentary on a case of Hystero-epilepsy with delayed puberty”, The Lancet, vol. 196, pp. 1134-1135.

Lalli, N., Lalli, C., Padrevecchi, F., 2002, Il placebo come “perturbante”, disponibile presso: http://www.nicolalalli.it/pdf/confronto/placebo.pdf.

“Placebo in history”, Wikipedia, consultabile all’indirizzo: https://en.wikipedia.org/wiki/Placebo_in_history.

Shapiro, K. A., 1968, “Semantics of the placebo”, Psychiatric Quarterly, vol. 42, pp. 653-695.

Shapiro,  A.  K.,  Morris,  L.  A., (1978,  “The  placebo  effect  in  medical  and  psychological  therapies”, in  Garfield, S.  L., Bergin, A.  E.  (a cura di), 1978, Handbook  of  psychotherapy  and  behavior  change: An empirical analysis, Wiley, New York.

Shapiro, K. A., Shapiro, E.. 1997, The Powerful Placebo. From Ancient Priest to Modern Physician, The Johns Hopkins University Press, Baltimore (Maryland).

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Creature pareidoliche

Può la pareidolia contribuire alla cattiva fama di un essere vivente? Ad esempio di una farfalla? Sembra di sì, a leggere l’interessante articolo di Giada Costanzo, apparso su «Vanilla Magazine» l’1 ottobre 2017 (ma vedi anche questo articolo). La farfalla in questione, o meglio la falena, è la “sfinge testa di morto”, che, sia per un particolare stridio che è in grado di produrre sia, soprattutto, per una curiosissima testa di morto dipinta sul dorso, è stata associata fin dall’antichità a motivi lugubri. Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis historia (77 d.C.), la chiamava Papilio feralis (“farfalla portatrice di morte”). Edgar Allan Poe, nel racconto “La sfinge” (1846) così descrive la sua apparizione:

Ma la peculiarità principale di questa cosa orribile, era la raffigurazione di una Testa di Morto, che copriva quasi interamente la superficie del suo petto, e che era tracciata con precisione in uno scintillante color bianco sul fondo nero del corpo, come se fosse stata disegnata con grande cura da un artista. Mentre guardavo il terrificante animale e più specialmente l’immagine sul suo petto, con un senso di orrore e di timore – misti a una sensazione di sciagura incombente, che mi riusciva impossibile colmare malgrado ogni sforzo della ragione, vidi le enormi mascelle all’estremità della proboscide, spalancarsi all’improvviso; ne usci un suono così forte e pauroso, che colpì i miei nervi come un rintocco funebre.

Thomas Harris, infine, ma potremmo citare anche Bram Stoker, John Keats, Guido Gozzano e altri ancora, così la descrive nel suo celeberrimo Il silenzio degli innocenti (1988):

La falena era meravigliosa e terribile. Le grandi ali bruno-nere erano drappeggiate come un mantello e sull’ampio dorso lanuginoso spiccava il simbolo che ha sempre ispirato timore agli uomini, da quando hanno incominciato a incontrarla all’improvviso nei loro giardini. Il teschio a cupola, il teschio che è nel contempo cranio e volto, gli occhi scuri, gli zigomi, l’arco zigomatico tracciato in modo perfetto accanto agli occhi.

Per una illusione percettiva, una falena, altrimenti innocua e forse anonima, è diventata un simbolo sinistro e macabro, saccheggiato da scrittori e filosofi dell’antichità. Del resto non dovremmo  sorprenderci. La pareidolia ha generato opere artistiche, rafforzato credenze religiose e politiche, indotto a credere in fantasmi e altre creature del soprannaturale, generato forme di indagine del futuro su base magica, persuaso all’ascolto di rumori nella speranza di udire voci dall’aldilà e tanto altro ancora. Ne parlo nel mio libro Bizzarre illusioni. Lo strano mondo della pareidolia e i suoi segreti (2012), che naturalmente vi invito a leggere.

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Perché fallisce la propaganda?

A sentire le parole di giornalisti, massmediologi, esperti a vario titolo e accademici non sembra esserci alcun dubbio. Viviamo nell’epoca della “post-verità”, delle “verità alternative”, delle fake news, degli ultracrepidarians (parola inglese poco conosciuta in Italia, che designa le persone che esprimono opinioni su argomenti di cui non hanno alcuna competenza o esperienza); un’epoca in cui ognuno può produrre news in grado di raggiungere audience estremamente distanti ed eterogenee, in cui quindi i ruoli di emittente e destinatario coincidono in maniera ubiquitaria e la verità delle notizie si basa sul fatto stesso di essere state emesse; un’epoca in cui è difficile, se non impossibile, credere che realtà e finzione si dividano il mondo del possibile, mantenendo l’una le doverose e rispettose distanze rispetto all’altra e in cui, al contrario, la prima si ammanta del fascino della seconda e la seconda si fa forte del credito della prima; un’epoca in cui è davvero difficile trovare spazio e legittimazione per le “verità vere”, per i “fatti”, o comunque si voglia chiamarli, perché anche il più rigoroso fact-checking sembra scontrarsi con le mille insidie dell’interpretazione che può avvalorare tutto e il suo contrario e con la constatazione che le persone non sembrano poi essere tanto propense a conoscere come stanno davvero le cose.

Del resto, ad ascoltare alcuni teorici contemporanei, la creazione di mondi finzionali e simulativi è il modello fondativo della nostra evoluzione come specie biologica e conoscitiva. La nostra mente, quindi, sarebbe tarata per creare simulazioni finalizzate a rendere possibile la convivenza con la realtà, immaginare scenari, definire punti di vista, motivare condotte e risoluzioni. E tenderebbe naturalmente a forme di blending cognitivo e hot cognitions, vale a dire, a mescolare cognizioni ed emozioni, pensieri ed esperienze, idee e vissuti, immagini e informazioni, ragione e odori, a tal punto che quasi non ce ne accorgiamo più. Le fake news non sarebbero altro, allora, che il prodotto di tali propensioni innate; propensioni che, un tempo, si esprimevano nella creazione di mitologie e religioni e che oggi favoriscono il falso e il finto, ma anche la pubblicità, il cinema, le serie televisive, l’informazione dopata e l’infotainment.

Come osserva il filosofo Maurizio Ferraris, l’umanità non è interessata a sapere il vero, ma ad avere ragione e a trovare conferma delle proprie convinzioni. Se nel 2003, l’allora segretario di Stato americano, Colin Powell, riuscì a vendere la fola del regime di Saddam che disponeva di armi di distruzione di massa, ciò fu possibile anche perché, in seguito agli avvenimenti dell’11 settembre 2001, il popolo americano era alla ricerca disperata di un capro espiatorio sul quale far ricadere le colpe di tutte le circa 3.000 vittime dell’attentato: un esempio di wishful thinking che sovrastò qualsiasi velleità di fare i conti con il reale.

Negli ultimi anni, si è affermata, secondo Ferraris, una nuova ideologia che ha il suo centro nella pretesa di essere nel vero a prescindere, e nel cercare riconoscimento attraverso un apparato tecnico, il web, che permette l’espressione delle idee dei singoli rendendole irrilevanti e canalizzandole in un enorme coacervo di I like che, forte dei suoi numeri, dà l’impressione della vittoria definiva e inarrestabile della democrazia, ridotta, però, per usare una argomentazione tipica dei critici della democrazia, al trionfo delle masse scriteriate e oligofreniche, degli hoi polloi che sono disposti ad accogliere tutto purché veicolato secondo i giusti algoritmi del web. In effetti, non si può sfuggire all’impressione che oggi la verifica dei fatti sia stata sostituita dal numero di Mi piace battuti, magari distrattamente, dagli utenti della Rete. Più click riceve un post più deve essere vero agli occhi di chi clicca. Come farebbero, del resto, tante persone a ingannarsi? Non ci si rende conto, però, che tale argumentum ad populum è vecchio di secoli e che l’Illuminismo ha da tempo sottolineato la fallacia in cui cade chi sostiene che una tesi è corretta solo perché sostenuta da un gran numero di persone. Eppure, l’argumentum tiene e legittima non solo pareri e opinioni, ma sancisce il successo di libri, motivi musicali, rappresentazioni teatrali, film, reputazioni sociali e altri pezzi della nostra vita.

Come è evidente, il dibattito sul destino della comunicazione nella nostra società è accesissimo e si tinge di toni e termini nuovi, giorno dopo giorno. Non dobbiamo, però, commettere l’errore di ritenere che esso abbia messo radici solo nella contemporaneità. La consapevolezza che il processo comunicativo è lungi dall’essere semplice e lineare e che non si svolge secondo modelli elementari del tipo “emittente-contenuto-destinatario” risale indietro nel tempo e investe la storia stessa della sociologia e della psicologia delle comunicazioni. Un esempio chiaro di questa consapevolezza è l’articolo pubblicato, nel 1947, dai sociologi Herbert H. Hyman (1918-1985) e Paul B. Sheatsley (1916-1989), intitolato “Some Reasons Why Information Campaigns Fail”, destinato a passare alla storia come uno dei primi articoli in grado di svelare alcuni meccanismi fondamentali sottostanti la ricezione della comunicazione. Dell’articolo si offre qui la prima traduzione in italiano con una mia introduzione che riprende parti di questo post. “Some Reasons Why Information Campaigns Fail” è un piccolo classico della storia degli studi delle comunicazioni di massa. E come tutti i classici, merita di essere letto e meditato. 

Buona lettura

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Delinquenti nati fra gli animali

Nel 1890, in un numero della rivista «Fanfulla della domenica», oggi reperibile in versione digitalizzata presso la Digiteca della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, Cesare Lombroso pubblica un curioso scritto intitolato I delinquenti-nati fra gli animali. La tesi sostenuta dal criminologo italiano è sintetizzabile nel seguente modo: così come esistono delinquenti nati fra gli uomini, ne esistono anche fra gli animali. Lo proverebbero le ricerche di zoologi suoi contemporanei che discettano dei comportamenti “contro natura” di alcune specie animali, le cui motivazioni appaiono ai loro occhi inspiegabili. L’articolo propone una breve carrellata di tali comportamenti a partire da quelli esibiti da alcuni parassiti delle api halyctis, chiamati sphœcodes, i quali, attraverso raffinate strategie, derubano e uccidono gli halyctis in maniera decisamente crudele. Il comportamento degli sphœcodes è giudicato da Lombroso come «un atto individuale di brigantaggio, trasmessosi ai discendenti, senza altra causa determinante». Dopo i “parassiti briganti”, Lombroso menziona le “api ladre”, presso le quali «il furto occasionale diventa un’abitudine, e poi si propaga per imitazione» e può essere incrementato dall’ubriacatura; i “cani rissosi” (anche questi a causa dell’alcol); il delitto d’impeto delle formiche amazzoni, le quali, dopo un combattimento, sono «prese da un vero furore che le spinge a mordere ciecamente quanto trovano intorno, le larve, le compagne, fino le loro schiave, che cercano calmarle e tentano afferrarle per le zampe e tenerle immobili finché l’ira sbollisca»; le tendenze tribadiche di alcune anatre femmine.

Ciò che colpisce dell’argomentazione di Lombroso è il costante, ossessivo, ricorso all’analogia che, da un lato dovrebbe rendere consapevoli dell’esistenza di comportamenti devianti nel mondo animale, dall’altro diventa una modalità per legittimare le teorie lombrosiane dell’atavismo e dell’eredità genetica delle condotte criminali. In realtà, il fatto che il comportamento dei parassiti ricordi vagamente un comportamento brigantesco, non autorizza a parlare di briganti fra gli animali.  Né tanto meno di furti tra le api, tribadismo tra le anatre e delitto d’impeto tra le formiche. L’analogia conduce a un antropomorfismo forzato che finisce con il proiettare sugli animali le tesi precostituite del ricercatore che, così, appaiono ancora più bizzarre e surreali di quando sono applicate agli esseri umani. Il ricorso, infine, a pochi casi non autorizza a generalizzare una teoria a tutto il mondo animale. Ma di indebite generalizzazioni e grossolane analogie è piena la criminologia di Lombroso.

Ho trascritto qui il breve testo di Lombroso. Buona lettura (critica).

Per altre considerazioni sulla faciloneria metodologica di Lombroso, rimando al mio Mancini, mongoloidi e altri mostri.

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Le impronte digitali sono sempre affidabili?

Nel mio libro 101 falsi miti sulla criminalità, ho fatto notare che, da anni, gli scienziati avanzano seri dubbi sulla fiducia cieca che viene riposta da alcuni nella affidabilità totale dei metodi di indagine basati sulla rilevazione delle impronte digitali.

Di recente, l’Associazione americana per l’avanzamento delle scienze (Aaas), nel rapporto redatto dai suoi esperti di scienze forensi, ha ribadito il concetto: non esistono metodi efficaci al 100% per confrontare le impronte digitali e per attribuirle a un’unica persona. Più precisamente, come riporta un articolo di «Repubblica», «non esiste un metodo scientifico per stimare il numero di persone che condividono le caratteristiche di una impronta digitale, e inoltre non si può escludere l’errore umano durante il confronto». Di conseguenza, non è possibile affermare che «le impronte digitali latenti «possano essere associate a un unico individuo con una precisione del 100%».

Che le cose stiano così, in realtà, ce ne eravamo resi conto poco dopo l’11 marzo 2004, giorno in cui, a Madrid, una serie di attentati al locale sistema dei treni provocò la morte di 191 persone e il ferimento di 2.057, gettando la Spagna nel panico. Inizialmente attribuiti all’ETA, gli attentati si rivelarono di matrice islamica. Gli investigatori spagnoli, con il supporto di esperti dell’FBI, ritrovarono alcune impronte digitali sulla valigetta contenente il detonatore delle bombe fatte esplodere sui treni. Gli agenti dell’FBI confrontarono le impronte ritrovate con quelle contenute in un apposito programma informatico di archiviazione. Le impronte furono attribuite all’avvocato statunitense Brandon Mayfield, convertito all’Islam, che venne arrestato il 6 maggio. Dopo pochi giorni, il 21 maggio, la sorpresa. Mayfield venne rilasciato, mentre il governo spagnolo annunciò che le impronte appartenevano al cittadino algerino Ouhnane Daoud.

Il processo di rilevazione e confronto delle impronte digitali è, dunque, un processo estremamente complesso e pieno di ostacoli. Ciò non toglie che il metodo in questione sia uno dei più affidabili in circolazione da un punto di vista investigativo e giudiziario. Solo, dobbiamo essere pronti ad accogliere anche eventuali suoi insuccessi. Perché nessun metodo umano è assolutamente infallibile.

Per altri miti sul crimine, rimando, oltre al libro citato, anche a Delitti.

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Il VAR è oggettivo?

Sullo sfondo delle polemiche suscitate dall’introduzione del VAR nel campionato di calcio italiano 2016-2017, campeggia una contrapposizione netta che sta sempre più penetrando nel senso comune, arroccandolo su una posizione parziale, se non falsa. In breve, il calcio prima del VAR sarebbe caratterizzato da una profonda soggettività da parte dell’arbitro, spesso responsabile di decisioni gratuite e al limite della malafede (se non proprio a favore di determinate squadre). Il calcio dopo il VAR sarebbe, al contrario, caratterizzato dal trionfo dell’oggettività in virtù di “macchine” che consentirebbero una interpretazione più reale di quanto accade in campo. La contrapposizione prima-e-dopo-il-VAR o soggettività-oggettività è talmente pervasiva che già qualcuno etichetta come “falsi” i risultati conseguiti nei campionati prima dell’arrivo del Video-Assisted Referee e “veri” quelli che saranno conseguiti da questa stagione calcistica in poi.

La contrapposizione è però inattendibile. Se il calcio prima del VAR era effettivamente vincolato alla soggettività arbitrale, il calcio dopo il VAR appare anch’esso dipendente da valutazioni soggettive. È infatti l’arbitro a decidere se e quando ricorrere al VAR ed è sempre l’arbitro a decidere quale interpretazione dare all’esito della “macchina”: due situazioni evidentemente assai suscettibili di soggettività. Non a caso alcuni commentatori hanno lamentato il mancato ricorso al VAR in alcune partite di questo inizio campionato e interpretazioni discordanti a fronte di episodi simili. Naturalmente, ciò non significa che il VAR sia inutile, né che dovremmo ritornare al calcio di un tempo. Significa solo essere consapevoli dei limiti dello strumento e della presenza (ancora) ineliminabile della decisione soggettiva.

A ciò è da aggiungere che la stessa moviola non restituisce certo una percezione oggettiva di quanto lascia vedere, come è ovvio dalle mille polemiche che hanno sempre accompagnato la consultazione di questo oracolo degli sportivi e anche, recentemente, da alcune indagini sperimentali che hanno messo in luce come la slow motion favorisca determinate forme di percezione a scapito di altre. Un’interessante ricerca di Caruso, Burns e Converse, pubblicata su PNAS nel 2016, e condotta su 1.610 soggetti ha rivelato, infatti, che vedere un’azione al rallentatore fa sì che gli osservatori tendano a percepire l’azione osservata come più intenzionale di quanto non appaia a velocità normale. Questa “propensione” percettiva, riscontrata sia in ambito giudiziario sia in ambito sportivo, si verifica, in parte, perché la ripresa al rallentatore induce negli osservatori la sensazione che gli attori abbiano più tempo per agire, anche se gli osservatori sono perfettamente a conoscenza di quanto tempo sia effettivamente trascorso. Un altro esperimento, condotto su 2.737 soggetti dagli stessi autori, ha rivelato che permettere agli osservatori di vedere un’azione sia a velocità normale sia al rallentatore attenua questa propensione, ma non la elimina. Insomma, c’è qualcosa nella moviola che distorce la nostra percezione, anche se non ce ne rendiamo conto. Le nostre conoscenze in materia si reggono su una serie di assunti taciti su come funziona la percezione umana che possono avere conseguenze letali in ambito giudiziario (ad esempio, dopo aver visto il video di una rapina al rallentatore, possiamo attribuire una maggiore “malevolenza” all’azione del rapinatore) e meno pericolose in ambito sportivo. Di sicuro, questo genere di ricerche ci invita a non avere una fiducia cieca nella oggettività delle macchine perché siamo sempre noi a interpretarne gli esiti sulla base della nostra (poco oggettiva) percezione.

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Il “bestiame stregato”… ieri e oggi

Può capitare, spulciando libri antichi e dimenticati, di leggere di antiche superstizioni o credenze, prese sul serio e una volta diffusissime, che oggi appaiono ridicole o, al più, testimonianze di un’epoca lontanissima dalla nostra. Più raro, trovare, accanto alla narrazione “credula”, un tentativo di spiegazione razionale, capace di ricondurre la vicenda a termini noti. È quanto succede leggendo il libro di Edward Payson Evans (1831-1917), Animali al rogo. Storie di processi e condanne contro gli animali dal Medioevo all’Ottocento (1906), recentemente ripubblicato dalla casa editrice Res Gestae.

Nel Medioevo – ci dice Evans – non era raro attribuire all’influenza del demonio le malattie degli animali, altrimenti inspiegabili agli occhi di chi non aveva alcuna conoscenza, dati i tempi, di malattie, fisiologia e studi di patologia. I contadini dell’epoca ricorrevano, in tali circostanze, a preti ed esorcisti, la cui opera apotropaica funzionava spesso, anche se non per cause misteriose. Ecco la storia, come raccontata da Evans:

In Europa, i contadini rinchiudono spesso il loro bestiame in stalle cosi basse e strette che gli animali non hanno sufficiente aria per respirare. Ne consegue che, una volta chiuse le stalle per la notte, in breve tempo il bestiame si agita e comincia a mordere il freno e a scalpitare, e lo si trova, al mattino, esausto, debole e coperto di sudore. Il contadino attribuisce questi fenomeni al malocchio e chiama l’esorcista, il quale si accinge a scacciare gli spiriti maligni. Prima di iniziare la cerimonia di esorcismo, apre le porte e le finestre e quest’immissione di aria fresca rende la cacciata dei demoni piuttosto semplice. Un veterinario tedesco, che riferisce parecchi episodi di questo tipo, cercò invano di  convincere i contadini che la causa dei loro guai non era la stregoneria, bensì la mancanza di condizioni sanitarie appropriate; infine, visti inutili i suoi sforzi, colto dalla disperazione disse loro che, se avessero lasciate aperte porte e finestre in modo che le streghe potessero entrare ed uscire liberamente, il bestiame non sarebbe più caduto in preda della possessione demoniaca. Questi consigli vennero seguiti e l’influenza demoniaca cessò (pp. 33-34).

Questa storia è particolarmente istruttiva. Non riuscendo a far valere le proprie argomentazioni, il veterinario riesce, comunque, a convincere i contadini della bontà delle stesse, attribuendone, però, l’efficacia non all’azione benefica dell’aria fresca, ma a motivi soprannaturali.

Potremmo ridere di simili storie, ma, a pensarci bene, non ci comportiamo anche noi così quando tentiamo di convincere un bambino a prendere una medicina amara e lo distraiamo richiamando un personaggio delle favole o dei fumetti? O quando la pubblicità ci induce ad acquistare un prodotto, ammantandolo di un’aura magica e soprannaturale che il prodotto, naturalmente, non ha?

Siamo molto più primitivi di quanto pensiamo, come dicono tutti gli antropologi. Solo che non lo sappiamo.

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Criminologia animale

Nel 1314, racconta Sainte-Foix nei suoi Essais Historiques sur Paris (tom. IV delle sue Oeuvres complètes, pag. 423, Parigi 1778), un toro, avendo incontrato un uomo, lo uccise con una cornata. Carlo, conte di Valois, sulle terre del quale l’avvenimento s’era verificato, ordinò che il toro fosse arrestato e messo in prigione. Dopo di che i giudici della Contea si portarono sopra luogo, presero le informazioni necessarie, udirono i testimoni, e, dopo constatata la verità del fatto e la natura del delitto, condannarono il toro ad essere impiccato. Questa sentenza fu confermata da un arresto del Parlamento di Parigi del 7 febbraio stesso anno. L’esecuzione si fece alle forche patibolari di Moisy-le-Temple, luogo del delitto.

Nel 1386, come si legge nella Statistique de Falaise  (1827, tom. I, pag. 83) una sentenza del giudice ordinario di Falaise condannava una troia di tre anni che avea divorato il braccio e il viso del fanciullo Giannetto di Masson, uccidendolo, ad essere mutilata nella zampa anteriore e nella testa, (è la legge del taglione) e poi ad essere impiccata nella gran piazza della città. Charange, nel suo Dictionnaire des Tilres Originaux, riporta la quietanza, con la data del 9 febbraio 1386, rilasciata dal boia di Falaise, nella quale questo dichiara di aver ricevuto dal Visconte di Falaise la somma di 18 soldi e 10 danari tornesi per aver trascinato e impiccato la troia, più 6 soldi tornesi, prezzo di un guanto nuovo, impiegato nella detta esecuzione (Docum. II).

I brani precedenti non sono tratti da un testo di fantascienza che mette in scena mondi impossibili in cui accadono bizzarri avvenimenti senza alcun legame con la realtà, bensì dal volume di Carlo D’Addosio, Bestie delinquenti, pubblicato nel 1892 e interamente dedicato ad alcuni episodi poco noti del Medioevo, ma non per questo meno veri. In sintesi, in quell’epoca, che alcuni ancora considerano oscura come se la nostra fosse perfettamente razionale, i tribunali di Francia, Italia, Svizzera e altre nazioni processarono e condannarono maiali, cani, ratti, cavallette e lumache incriminati per aver commesso reati contro persone, proprietà e divinità. Questi processi erano di due tipi: (1) secolari e riguardanti animali colpevoli di aver mutilato o ucciso esseri umani; e (2) ecclesiastici e riguardanti animali come topi e locuste scomunicati per aver devastato o compromesso raccolti.

Ma, nel Medioevo, gli animali non comparivano solo come “assassini” o devastatori di proprietà e raccolti, ma anche come testimoni. Come fa notare ancora  D’Addosio:

Una disposizione legislativa, emanata da Radamante re dei Cretesi, e riferita da Pastoret, stabilisce che quando gli abitanti avranno da giurare, dovranno ricorrere alla testimonianza di un cane, di un ariete e di un’oca. Qualcosa di simile e di meglio troveremo poi nel medioevo. Né questa disposizione sembra strana, quando si pensa come allora fosse ferma persuasione, che l’animale, essere intelligente e morale, avrebbe certamente saputo in qualche modo ingegnoso smentire colui che, invocando la sua testimonianza, giurasse il falso, contrariamente alla verità e alla giustizia. Questa persuasione dovette, al certo, essere cosi radicata nel popolo, che la sola presenza dell’animale, la cui testimonianza era invocata, bastava per far sì che ognuno giurasse il vero.

Come è spiegabile tutto ciò? Come è possibile che, in una data epoca storica, gli animali siano stati ritenuti colpevoli di reati e condannati per questo come se fossero stati in grado di intendere e di volere? Le testimonianze del tempo ci assicurano che questi accadimenti non erano affatto parodie o scherzi e che coinvolgevano veri giudici e veri boia e avevano conseguenze reali (vere esecuzioni). C’era il mandato di arresto, il carcere preventivo, la traduzione in giudizio, l’escussione delle prove e la requisitoria. Secondo alcuni autori, la punizione degli animali rimandava a una visione del mondo animistica o magica in cui le bestie erano considerate creature dotate di intenzioni e scopi, seppure in maniera poco chiara. Secondo altri, questi animal trials si svolsero solo in periodi di crisi eccezionali, in cui le persone percepivano la propria esistenza come estremamente precaria e avevano bisogno di ripristinare un ordine che avvertivano minacciato. Gli animali, dunque, come le streghe, servivano da capro espiatorio per placare una situazione strutturale di insicurezza. La scomunica degli animali avrebbe avuto invece lo scopo di rafforzare la fede nel potere della Chiesa e stimolare la consegna della decima da parte di strati sociali abbrutiti dalle misere condizioni di vita. Secondo D’Addosio, invece, «nel medioevo si punì l’animale perché lo si ritenne in certo modo conscio delle sue azioni, in certo modo libero, in certo modo responsabile» (p. 146).

Quale che possa essere la spiegazione, la vicenda degli animal trials rende chiaro che anche il rapporto degli uomini con gli animali è soggetto al mutare delle forme storiche e delle concezioni criminologiche degli uomini. Atteggiamenti e comportamenti nei confronti degli animali che oggi riteniamo bizzarri o folli, possono avere avuto un senso per le donne e gli uomini del Medioevo che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare, come è evidente dal proliferare di teorie sulle ragioni sottostanti ai processi medievali degli animali. Un capitolo sicuramente da approfondire perché ci dice molto sulla capacità umana di creare mondi culturali che, a distanza di tempo, appaiono estranei come storie di fantascienza.

Per approfondimenti rimando almeno a:

Carlo D’Addosio, 1892, Bestie delinquenti, Luigi Pierro, Napoli.

Gennaro Francione, 1996, Processo agli animali. Il bestiario del giudice, Gangemi, Roma.

Edward Payson Evans, 2012, Animali al rogo. Storie di processi e condanne contro gli animali nel Medioevo e nell’Ottocento, Res Gestae, Milano.

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Pubblicato in criminologia | Lascia un commento