Le coincidenze (presunte) dell’amore

Nel libro Apofenia, Interpretazioni razionali di eventi “misteriosi”, dedicato all’esplorazione razionale delle coincidenze, mi soffermo brevemente su quelle “misteriose” circostanze che rendono unica la storia sentimentale delle coppie di tutto il mondo da Adamo ed Eva a oggi. In particolare, mostro come alcune di queste storie sono costruite dalla nostra mente in modo da restituirci l’impressione di qualcosa di, appunto, unico, inevitabile, ineludibile, una pagina scritta dal destino che tesse le fila delle nostre esistenze. Uno dei meccanismi che la nostra mente utilizza per quest’opera di costruzione è quello della razionalizzazione ex post. Cito dal mio libro:

Un meccanismo cognitivo degno di nota è quello della razionalizzazione ex post, che consiste nell’interpretare i fatti in maniera lineare dopo che questi si sono verificati, come se avessero sempre avuto un significato unitario. Vediamone un esempio. Immagina di incontrare una persona verso cui provi attrazione. Approfondisci la conoscenza di questa persona e da ciò nasce una relazione. L’attrazione iniziale si trasforma in amore. Ti sposi. Molte persone che hanno vissuto questa esperienza tendono a interpretare l’incontro iniziale come “amore a prima vista”, non rendendosi conto che l’espressione è in realtà un ossimoro. L’amore è per definizione un sentimento profondo e non va confuso con l’attrazione, per quanto forte essa sia, che possiamo provare per uno sconosciuto. Succede però che, rievocando l’intera storia, l’incontro iniziale appare circonfuso di un alone mitico e tutto quello che è accaduto tra il momento del primo incontro e quello del matrimonio sembra essere un percorso destinato a svolgersi proprio in quel modo e non in un altro. Razionalizzando a posteriori gli esiti dell’incontro, questo appare predeterminato dal destino e assume di conseguenza fattezze quasi mitiche. In realtà, se all’attrazione iniziale non fosse seguito nulla, questo processo non avrebbe mai avuto luogo. Quante prime impressioni fortissime non evolvono in nulla o hanno esiti del tutto deludenti?  Quando questo succede, di solito non ci pensiamo più e il dispiacere iniziale lascia spazio ad altre esperienze. Se però la storia evolve secondo il copione prima tracciato, abbiamo la tendenza irresistibile a scorgervi un disegno del fato (“Eravamo fatti l’uno per l’altra”) e ciò alimenta una vera e propria mitologia della coppia. Lo stesso accade con le coincidenze. La straordinarietà di una coincidenza è spesso il frutto di una razionalizzazione ex post: incontri casualmente una persona che non vedevi da tempo e da questo incontro scaturisce un successo economico o di altro tipo. È facile a questo punto che tu pensi all’incontro come a un segno del destino. Razionalizzando a posteriori, l’evento appare indubbiamente eccezionale. Ma quante volte ci capita di incontrare persone che non vedevamo da anni e la nostra vita non trae da ciò alcun cambiamento, né positivo né negativo? In questo caso, però, semplicemente non ci facciamo più caso e proseguiamo per la nostra strada. È solo quando all’episodio assegniamo un esito particolare – ex post, appunto – che la coincidenza appare miracolosa. Siamo noi a creare il miracolo, non il destino.

Ho trovato riflessioni molto simili nel bel libro di Diego De Silva, Non avevo capito niente (Einaudi, Torino, 2010, pp. 213-215), che, in una digressione, affronta la questione della tendenza umana ad assegnare alle vicende del cuore significati mistici, fatali, religiosi, semplicemente facendo leva su banali coincidenze che acquistano significato retrospettivamente sulla base delle ricostruzioni effettuate dalla nostra mente. Ecco il brano di De Silva:

Un altro capolavoro dell’amore è che s’inventa le coincidenze e i rapporti di causa-effetto. Costruisce geometrie inverosimili fra eventi che non sono legati in nessun modo, plagiando il senno di poi e provocando discorsi tipo: «Ti rendi conto che se quella mattina non mi si fosse scaricata la batteria della macchina sarei partito per, invece di accettare l’invito di, che mi ha chiesto di raggiungerlo a, dove poi ho incontrato te, e tutto quello che poi è successo?».
Che poi va be’, può anche essere vero. Nel senso che nessuno può negare che un fatto s’è svolto in un certo modo, se s’è svolto in quel modo lì.
Solo che le batterie delle macchine si scaricano, e si scaricano tutti i giorni, non è che si scaricano in un modo particolare quando stai per legarti sentimentalmente a qualcuno. Il fatto che un giorno ti fidanzi non ti autorizza a mettere la batteria scarica in relazione di causa-effetto con il tuo fidanzamento, perché (a parte il fatto che si sarebbe scaricata lo stesso) la tua batteria può essere causa di altri eventi ben più degni di considerazione di quello di cui vai così orgoglioso.
Senza contare che, ai fini del fidanzamento, la batteria scarica ha quantomeno la stessa rilevanza degli altri eventi che hanno fatto in modo che tu ti fidanzassi (l’accettazione dell’invito, mettiamo: avresti tranquillamente potuto declinarlo, e tanti saluti alla tua ragazza) e quindi, fra le altre cose, non si capisce perché tutta la vicenda dovrebbe originare proprio dalla batteria, a meno di voler sostenere che per i fidanzamenti vale il criterio cronologico.
Fra l’altro, se uno ragionasse con il metro della batteria scarica sempre, e non solo quando vuole dimostrare che la sua storia d’amore è stata scritta da un destino che quel giorno ha complottato per lui, e pensasse che tutti i miliardi di circostanze che compongono la sua vita hanno un rapporto significativo l’una con l’altra, come minimo gli andrebbe a puttane il cervello, impegnato come sarebbe a scoprire continuamente delle relazioni significative fra le cose.
E comunque, senza neanche stare a dilungarsi con tutti questi discorsi: non stai raccontando chissà cosa. Non è che la tua ragazza stava seduta sull’orlo di un palazzo e tu, che t’eri affacciato per caso alla finestra di sotto (meglio se non era neanche casa tua), ti sei accorto dei piedi che ti penzolavano sulla testa, hai ingaggiato con lei una lunga discussione sul valore della pena di vivere, l’hai fatta scendere di là e da allora non vi siete più separati. Se fosse andata in questo modo allora sì che avresti ragione a parlare di regie occulte, perché fra una batteria scarica e un suicidio sventato è chiaro che non c’è partita.
Ma non è mica andata così. È successo semplicemente che hai incontrato una che ti piaceva, tu sei piaciuto a lei e adesso state insieme.
Questa voglia di protagonismo tardivo, che spinge la gente a ritoccare copioni virtuali a commedia finita, è giustappunto un guasto della dignità causato da amore, perché è ovvio che se uno avesse rispetto di sé e dei discorsi che si accinge a fare non parlerebbe così seriamente di una batteria scarica.

So che riflessioni del genere possono dare fastidio a molti: quello dell’amore è il più grande mito del XX secolo, creato da un’industria ad hoc e alimentato da canzoni, romanzi, film, senso comune, modi di dire, proverbi, ecc. profondamente interiorizzati. Non riusciamo nemmeno più a concepire che esso possa essere un mito che ha assunto le forme che oggi gli riconosciamo come naturali solo negli ultimi tre secoli, e, in particolare, nel Ventesimo.

Decostruzioni come quelle mia e di De Silva, seppure da punti di vista diversi, possono aiutarci a renderci più umili nei confronti di noi stessi e di ciò che sentiamo, e impedirci di farci del male, ritenendo, ad esempio, che se non viviamo una storia d’amore magica, allora la vita non è degna di essere vissuta. Non è così. Ma è tanto difficile farcelo capire.

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