La pornografia della morte

Geoffrey Gorer (1905-1985), antropologo inglese con una certa inclinazione alla psicanalisi, pubblicò nel 1955 sulla rivista Encounter (che oggi ha cessato le pubblicazioni) un articolo, qui proposto in traduzione italiana al termine del post, tanto breve quanto epocale e coinvolgente sin dal titolo, uno dei più ossimorici della storia delle scienze sociali: “La pornografia della morte” (The Pornography of Death). In effetti, potrebbe sembrare strano collegare la pornografia alla morte. Siamo abituati ad associare la pornografia al sesso, alla gioventù, al godimento, alla vita; la morte alla fine, alla vecchiaia, alla decomposizione dei corpi, al dolore. Qual è, dunque, il legame tra i due? Il legame – ci spiega Gorer – sta nel fatto che entrambi sono circondati da divieti, interdizioni, tabù che rendono difficile la libera circolazione di parole, espressioni, comportamenti relativi alle rispettive sfere di azione. Seppure – aggiunge l’antropologo inglese – su piani temporali diversi. La pornografia, che, nel diciannovesimo secolo, in particolare nell’età vittoriana, era soggetta a numerosissimi vincoli tanto che, ci riportano le cronache, perfino nominare le gambe di un tavolo causava arrossamenti della cute, va oggi incontro a un processo di liberalizzazione crescente; mentre la morte, celebrata e onnipresente nel diciannovesimo secolo, è oggi sottoposta allo stesso livello di tabuizzazione al quale era sottoposta la pornografia nel secolo della regina Vittoria.

È questa la tesi principale dello scritto di Gorer, che si segnala, dunque, per l’acutezza dello sguardo e per la prontezza con la quale evidenzia quello che è probabilmente lo slittamento interdittivo più importante della nostra epoca. Slittamento che, dal 1955, è andato sempre più acquistando forza, se è vero che le tendenze delineate da Gorer oltre cinquanta anni fa hanno trovato,  al giorno d’oggi, pieno compimento.

Che le cose stiano così, è facile verificarlo. Nella contemporaneità, la pornografia ha perso quasi tutti i suoi veli censori, perdurando poche interdizioni anagrafiche (come la proibizione di contenuti esplicitamente sessuali ai minori di diciotto anni); geografiche (il materiale pornografico non può essere esibito liberamente dappertutto e in tutti i paesi), e temporali (le televisioni non possono trasmettere programmi pornografici in tutte le fasce orarie, a meno che non siano canali on demand). Per il resto, la pornografia è oggi ubiquitaria e, a dispetto di divieti sostanziali e retorici, accessibile a tutti tramite internet e le nuove tecnologie. La  pornografia detta il nostro sapere in fatto di sessualità (mai come nel nostro tempo abbiamo avuto modo di accedere al backstage del sesso in maniera così facile), rivoluziona il senso del pudore, orienta comportamenti sessuali e stili di vita, promuove i suoi interpreti al ruolo di star dell’entertainment (con fughe laterali verso domini apparentemente altri, come la politica e l’imprenditorialità), invade campi contigui come il cinema mainstream, la pubblicità, la moda, la letteratura, il mondo accademico. Tanto che non è esagerato dire che siamo tutti pornofili, che ne siamo consapevoli o no.

Al tempo stesso, la morte è quasi scomparsa dal nostro orizzonte esistenziale, ed è stata relegata in anfratti angusti, quasi invisibili, certamente poco frequentati. Non si muore più a casa, ma più spesso in ospedali, cliniche, ospizi. I funerali hanno perso del tutto la maestosità e l’importanza di un tempo e sono percepiti come poco più di una formalità burocratica, razionalmente gestita e poco visibile, affidata a efficientissime agenzie funebri o funeral homes, che sovrintendono a ogni singolo aspetto del rituale, dal manifesto funebre ai doveri di comunicazione anagrafica. I cortei funebri, con il loro carico di dolore e lutto, non attraversano più le strade delle città. Intere categorie sociali (bambini, malati) sono sollevate dal prendervi parte. I cadaveri non appaiono nella loro caducità, ma sono imbalsamati, cioè vivificati in maniera artificiale, in modo che non impressionino i sopravvissuti. I cimiteri, un tempo urbanisticamente centrali, sono luoghi sempre più marginali e conchiusi, affinché non vi sia commistione tra i vivi e i morti. Non si indossano più abiti listati a lutto. Non esistono più le prefiche. Il pianto di dolore è sempre più contenuto e, se prolungato oltre un certo tempo, che tende a essere sempre più breve, soggetto a certificazione medica.

Soprattutto, però, ciò che dà fastidio è parlare della morte, un tempo oggetto di riflessioni e prediche sulla precarietà dell’essere umano. E allora, ecco un articolato apparato eufemistico sempre pronto a venirci in soccorso, allorché un parente o amico muore, o meglio, “passa a miglior vita”. L’alternativa è la spettacolarizzazione, l’esibizione a scopo di consumo, la glamourizzazione della morte, come appare in film come Weekend con il morto (1982), serie televisive come Six Feet Under, programmi che offrono autopsie ogni giorno, 24 ore su 24. L’importante è evitare ogni riferimento diretto alla morte, che è semplicemente inaccettabile nella sua dimensione più cruda.

Il discorso di Gorer, dunque, riguarda i tabù. E ci spinge a chiederci: quali sono i tabù della contemporaneità a parte la morte? Che altro ci dà fastidio e soffoca le nostre parole? Certo, non è il sesso, anche se critici ostinati continuano a parlare di “tabù del sesso”, magari proprio mentre mostrano, impuniti, una scena di nudo esplicito. E allora che cos’è? A un primo sguardo, sembrerebbe che possiamo fare e parlare di tutto con tutti. In realtà, non è così. Ce ne rendiamo conto se prendiamo in esame alcune delle cose che ci danno più fastidio.

È tabù la pornografia minorile e fare sesso con i minori (cosa un tempo relativamente facile). È tabù l’incesto (forse l’unico tabù che trascende tempi e luoghi). È tabù pronunciare parole a favore del fascismo e del nazismo. È tabù molestare sessualmente o stuprare le donne, rivolgere epiteti razzisti o discriminatori nei confronti di neri, disabili e omosessuali. È tabù la riduzione in schiavitù degli uomini (che pure per Aristotele era un dato di senso comune), il commercio di organi umani, la subalternità delle donne (almeno nelle nazioni occidentali). Si potrebbe continuare. Né finisce qui. Nell’immediato futuro, è probabile che  nuovi tabù, oggi impensabili, si imporranno, penetrando nel senso comune e facendosi passare per “ciò che tutti sanno e danno per scontato”: è probabile, ad esempio, che collocare  l’immondizia in luoghi e tempi non legittimi diventerà un’attività altamente penalizzata e interdetta; che evadere il fisco sarà percepito con crescente malessere; che reati come il femminicidio diventeranno particolarmente odiosi, generando nuove interdizioni.

Insomma, nessuna società è libera da tabù. Nemmeno la nostra. E il potente tabù della morte sta lì a ricordarcelo.

La pornografia della morte di Geoffrey Gorer (1955), traduzione di Romolo G. Capuano (2013)

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