Il tatuaggio secondo Lombroso e noi

Nel cap. VII del suo L’uomo delinquente (1876), Lombroso descriveva il tatuaggio come «uno dei caratteri più singolari dell’uomo primitivo» per il quale era «un ornamento, un vestiario, un distintivo nobiliare, onorifico e quasi gerarchico; […] un primo richiamo sessuale, perché segnala la pubertà nel maschio; […] persino una specie di archivio ambulante, nel quale l’individuo nota i fasti più notevoli della propria vita». Nei contemporanei, invece, l’uso, pressoché scomparso, era rimasto solo nei contadini, negli operai, nei pastori, nei marinai, nei soldati. E naturalmente nei delinquenti (soprattutto nei recidivi e nei delinquenti-nati, sia ladri che assassini, “la più triste canaglia”) e nelle prostitute.

Lombroso notava che i delinquenti se lo facevano anche sul pene, circostanza che lo portava a concludere che «queste forme provano non solo l’impudicizia, ma anche la strana insensibilità di costoro, essendo la regione degli organi sessuali una delle più sensibili al dolore».

Tra le cause del tatuaggio, Lombroso annoverava la religione («come si vede nelle torme di pellegrini, per esempio, a Loreto»), l’imitazione, la vendetta («che vogliono così eternare almeno in effigie come un impegno ed una minaccia»); l’ozio e la vanità, ma soprattutto l’atavismo «come riproduzione d’un costume diffusissimo tra le popolazioni primitive e tra i selvaggi, con cui i criminali hanno tanta affinità, […], per la violenza delle passioni, per la stessa torpida sensibilità, la stessa puerile vanità e il lungo ozio; e ancora l’atavismo storico come sostituzione di una scrittura con simboli e con geroglifici alla comune alfabetica».

Un seguace di Lombroso, Antonini, autore di un volume dal titolo I precursori di Lombroso, ribadiva la tesi del maestro annotando nel suo libro:

Il tatuaggio è certo una delle usanze più diffuse e in onore presso l’uomo primitivo; costituiva per lui ornamento, vestiario, distintivo gerarchico. Attualmente è andato scomparendo e permane solo, come eccezione normale, nei contadini, operai, marinai e soldati. Nei criminali si riscontra invece con una frequenza straordinaria e nei minorenni nel 40%. È inoltre molteplice, complicato, diffuso sulle parti più delicate del corpo, ove l’evitano anche i selvaggi, a documento della grande insensibilità dei criminali.

Se volessimo prendere sul serio queste osservazioni, dovremmo concludere che tra i nostri contemporanei, avvezzi, come è noto, al tatuaggio anche nelle parti più sensibili, si nascondono migliaia di delinquenti atavici, anche tra le classi alte. Lo proverebbe la grande “insensibilità” mostrata nel farsi tatuare ogni angolo del corpo a dispetto di ogni dolore. Anzi, alcune categorie di persone – musicisti, rapper, calciatori, sportivi – dovrebbero essere inclini a una forma piuttosto abbrutita di delinquenza. Vivremmo, dunque, in un mondo insano, folle, malato, atavico, appunto. O forse era Lombroso ad avere torto e a considerare pratiche sociali (all’epoca) marginali come marchi di Caino degli stessi marginali, prova indiscutibile della loro propensione criminale innata. Un po’ come succede oggi a chi emigra dal Sud del mondo verso il Nord, accusato, già solo per questo, di essere propenso a ogni genere di efferatezza.

Leggendo le pagine di Lombroso, ci si rende conto che è facile fare di un tratto una caratteristica criminale. Basta prendere uno stigma, condirlo di una manciata di statistiche inattendibili, aggiungere una teoria che si regge su fatti e dati altrettanto inattendibili, agganciarsi a opinioni e convinzioni negative mai provate su quello stigma, disseminare il tutto di qualche proverbio popolare che legittimi il tutto e dimostrare l’indimostrabile. Lombroso lo faceva con tatuati, mancini e affetti da anomalie fisiche varie. Noi lo facciamo con immigrati, tossicodipendenti e altri marginali.

Insomma, Caino è sempre pronto a rinascere.

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