Il mito degli “assassini drogati”

Chi sono gli “Assassini”? Da un punto di vista storico, gli Assassini furono una setta ismailita medievale minoritaria, una “eresia interna a un’altra eresia”, come la definisce Bernard Lewis nel fondamentale studio Gli assassini (da cui attingo liberamente molte informazioni qui presenti), una diramazione estremistica del movimento sciita, che a sua volta era una suddivisione dell’Islam sunnita, le cui idee furono condannate sia dai Sunniti che dagli Sciiti. Gli Ismailiti erano una società segreta, con tanto di giuramenti e iniziazioni, nonché una gerarchia di gradi e di conoscenze, i cui segreti erano serbati gelosamente.

Gli Assassini realizzarono una lunga serie di attentati che, secondo una ben pianificata strategia del terrore, colpirono a morte sovrani, principi, generali, governatori e teologi. Per le loro vittime, gli Assassini erano dei criminali fanatici impegnati in una letale cospirazione contro la religione e la società; per gli Ismailiti erano un corpo scelto nella guerra contro i nemici della loro religione. Colpendo oppressori e usurpatori, gli Assassini fornivano la prova estrema della loro fede e della loro lealtà, e si guadagnavano immediatamente la beatitudine eterna. Gli stessi Ismailiti, per indicare colui che commetteva l’assassinio, usavano il termine fidā’ī, che vuol dire grossomodo “devoto”.

Le vittime degli Assassini medioevali furono per lo più governanti dell’Islam e non crociati, come molti ritengono, anche se, nel 1192, i pugnali degli Assassini fecero la loro prima vittima tra i crociati: Corrado di Monferrato, re del regno latino di Gerusalemme. L’arma utilizzata fu quasi sempre il solo pugnale. Non fecero praticamente uso di armi come l’arco, la balestra o il veleno, né tentarono di fuggire né i loro compagni fecero alcun tentativo di salvarli. Al contrario, sopravvivere a una missione era considerato un disonore.

La loro attività omicida fu talmente intensa che “assassino” divenne, già in epoca medievale, un vocabolo comune per indicare l’omicida, in particolare l’omicida che uccide di sorpresa o a tradimento, spinto dal fanatismo o dall’avidità e la cui vittima è un personaggio pubblico. Nel XIII secolo, “assassino” si era già diffuso in Europa nell’accezione di sicario professionista a pagamento. II cronista fiorentino Giovanni Villani, morto nel 1348, narra di come il signore di Lucca mandò “i suoi assassini” a Pisa per uccidere un suo pericoloso avversario. Poco tempo prima, Dante, in un passo del canto XIX dell’Inferno, aveva parlato de “lo perfido assessin”.

Naturalmente, gli Assassini ismailiti non avevano inventato l’assassinio, essendo questo vecchio come il mondo, ma finirono inavvertitamente col dargli il proprio nome. La parola “Assassini” comparve per la prima volta nelle cronache dei crociati e una delle prime descrizioni della setta si trova nel racconto di un inviato mandato in Egitto e in Siria nel 1175 dall’imperatore Federico Barbarossa. Probabilmente, però, la fonte più nota è quella riportata nel Milione di Marco Polo dove leggiamo:

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Del Veglio de la Montagna e come fece il paradiso, e li assessini.

Milice è una contrada ove ’l Veglio de la Montagna solea dimorare anticamente. Or vi conterò l’afare, secondo che messer Marco intese da più uomini.

Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e ’l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò ’l fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò ’l fece simile a quello ch’avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente che quello fosse lo paradiso.

E in questo giardino non intrava se none colui cu’ e’ volea  fare  assesin[o].  A  la  ‘ntrata  del  giardino  ave’  uno castello sí forte, che non temea niuno uomo del mondo. Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare.

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Quando li giovani si svegliavano e si trovavano là entro e vedeano tutte queste cose, veramente credeano essere in paradiso. E queste donzelle sempre stavano co loro in canti e in grandi solazzi; e aveano sí quello che voleano, che mai per loro volere non sarebboro partiti da quello giardino. E ’l Veglio tiene bella corte e ricca e fa credere a quegli di quella montagna che cosí sia com’è detto.

E quando elli ne vuole mandare niuno di quegli giovani ine uno luogo, li fa dare beveraggio che dormono, e fagli  recare  fuori  del  giardino  in  su  lo  suo  palagio. Quando coloro si svegliono (e) truovansi quivi, molto si meravigliano, e sono molto tristi, ché si truovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia uno grande profeta, inginocchiandosi; e egli dimand[a] onde vegnono. Rispondono: «Del  paradiso»;  e  contagli  tutto  quello  che  vi  truovano entro e ànno grande voglia di tornarvi. E quando lo Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo piú vigoroso, e fagli uccidire cui egli vuole. E coloro lo fanno volontieri, per ritornare al paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso.

E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: «Va’ fà cotale cosa; e questo ti fo perché ti voglio fare tornare al paradiso». E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna a cu’elli lo vuole fare; e sí vi dico che piú re li fanno trebuto per quella paura (Marco Polo, Il Milione, a cura di Valeria Bertolucci Pizzorusso, Adelphi, Milano 1975)

Questa descrizione associa la tendenza all’omicidio degli Ismaeliti all’uso di sostanze psicotrope: una associazione rafforzata nel XIX secolo dalle speculazioni dell’islamista Silvestre de Sacy che finirono con il creare una vera e propria mitologia della setta, tutta centrata sull’utilizzo di marijuana. Ecco come Bernard Lewis racconta questa pagina curiosa:

All’inizio del XIX secolo vi fu un ritorno di interesse per  gli Assassini. La Rivoluzione francese e le sue vicende avevano ridestato la curiosità per le cospirazioni e gli omicidi.  Inoltre la spedizione di Napoleone in Egitto e in Siria aveva  portato a nuovi e più stretti contatti con l’Oriente islamico, così da aprire nuove prospettive agli studiosi. Dopo la pubblicazione da parte di alcuni autori minori di opere che tentavano di soddisfare la curiosità popolare, si dedicò all’argomento Silvestre de Sacy, il più grande islamista del tempo, che, il 19 maggio 1809, lesse una memoria all’Institut de France sulla dinastia degli Assassini e sull’etimologia del loro nome.

La relazione di Silvestre de Sacy è una pietra miliare negli studi sugli Assassini: oltre alle scarse fonti orientali utilizzate dai precedenti studiosi egli fu in grado di consultare la ricca collezione di manoscritti arabi della Bibliothèque Nationale di Parigi, collezione che comprendeva molte delle più importanti cronache arabe sulle crociate, cronache sino ad allora sconosciute agli studiosi europei. In ogni modo, l’impiego e l’analisi che de Sacy fece delle fonti a sua disposizione superò di molto i risultati dei suoi predecessori. Senza dubbio la parte più rilevante della relazione fu la soluzione, una volta per tutte, della dibattutissima questione dell’origine del termine «Assassini». Dopo aver esaminato e scartato le varie ipotesi esistenti, de Sacy dimostrò come la parola derivasse dall’arabo hashīsh, e ipotizzò che le varie forme utilizzate nelle cronache sulle crociate – Assassini, Assissini, Heyssisini ecc. – fossero basate sulle forme arabe sinonimiche hashīshī e hashshāsh (da cui i plurali di uso colloquiale hashīshiyyīn e hashshāshīn). A prova di quanto affermato portò vari testi arabi nei quali la setta era chiamata hashīshī, ma non fu in grado di indicarne nessuno in cui fosse utilizzato il nome hashshāsh. Da allora la forma hashīshī  è stata riscontrata in testi rinvenuti in seguito ma, che io sappia, non si è ancora identificato un testo in cui gli Ismailiti siano chiamati hashshāsh. Per queste ragioni una parte della spiegazione di Silvestre de Sacy dovrebbe essere accantonata e si dovrebbero considerare tutte le varianti europee come derivazioni dall’arabo hashīshī e dal suo plurale hashīshiyyīn.

Questa precisazione ripropone il problema, differente da quello dell’etimologia, del significato del termine. Il significato originale di hashīsh in arabo è vegetazione erbacea, più specificatamente erba fatta seccare o foraggio. In seguito venne utilizzato per indicare la canapa indiana, cannabis sativa, i cui effetti narcotici erano noti ai musulmani già nel Medioevo. Hashshāsh è un termine più tardo, che normalmente indica il consumatore di hashish. Silvestre de Sacy non accolse l’idea, poi seguita da molti scrittori, che gli Assassini fossero chiamati in questo modo perché usuali consumatori di droga. Ciononostante spiegò il nome come dovuto all’impiego segreto di hashish da parte dei capi della setta, che se ne sarebbero serviti per dare ai loro emissari un anticipo di quelle delizie paradisiache di cui avrebbero goduto dopo la riuscita della loro missione. De Sacy collegava questa interpretazione con la storia, raccontata da Marco Polo e riscontrata anche in altre fonti sia orientali che occidentali, dei «giardini del paradiso» ove i devoti venivano portati una volta drogati.

Ma, malgrado la sua antica attestazione e la sua diffusione, questa storia è sicuramente falsa. In quei tempi l’uso e gli effetti dell’hashish erano noti e per nulla segreti; l’impiego di droga da parte dei membri della setta non è poi confermato né dagli Ismailiti né dagli autori sunniti degni di fede. Inoltre il nome hashīshī è un termine siriano e, probabilmente, una parola di uso popolare. Presumibilmente fu la storia a derivare dal nome e non il contrario. Delle varie spiegazioni che sono state avanzate, la più probabile è che si trattasse di un’espressione di disprezzo per le strane credenze e per le stravaganti usanze della setta – un termine di derisione per le loro azioni piuttosto che una descrizione delle loro pratiche. Inoltre simili storie possono anche essere servite agli osservatori occidentali per dare una spiegazione razionale a comportamenti altrimenti inspiegabili (Lewis, 1996, pp. 23-25).

Fu  Silvestre de Sacy, dunque, basandosi su ipotesi precedenti, a costruire il mito dell’Assassino mangiatore di hashish, mito che fu adoperato successivamente da proibizionisti e moralisti per dare sostanza alle loro campagne contro la droga e che assunse presto la forma “assassino a causa della droga”. Nel XX secolo, ad esempio, Harry Jacob Anslinger (1892-1975), un funzionario governativo vicino al Partito Democratico, già vicecommissario durante il Proibizionismo, in forze presso il Federal Bureau of Narcotics, che dominò la scena proibizionistica americana dal 23 settembre 1930 al 5 luglio 1962, scrisse in un articolo allarmistico del 1937 “Marijuana. Assassin of Youth”: «Nell’anno 1090, fu fondato in Persia l’ordine religioso e militare degli Assassini che hanno alle spalle una storia di crudeltà, barbarie e omicidi, e per ottime ragioni. I suoi membri erano consumatori abituali di hashish o marijuana, tanto che è dall’arabo hashshashin che deriva la parola inglese assassin» (Anslinger e Ryley Cooper, 1937). Sulla base di questo assunto, Anslinger diede origine a una vera e propria campagna terroristica basata sull’invenzione di storie truculente, spacciate per vere, riferite in innumerevoli occasioni pubbliche e disseminate nella stampa popolare, in cui inevitabilmente qualcuno, sotto l’effetto della droga, finiva con il commettere terribili omicidi o altre azioni cruente. La storia più famosa a dimostrazione degli effetti nefasti della marijuana fu quella di Victor Licata, un giovane di ventuno anni di origine messicana, che a Tampa, in Florida, il 17 ottobre 1933, uccise con una scure entrambi i genitori, i due fratelli e la sorella.

Tutte queste storie attribuivano falsamente alla marijuana un potere criminogeno e contribuirono a creare un clima di esasperato allarme nei confronti degli effetti della droga, che si è col tempo sedimentato nel senso comune finendo con il criminalizzare la sostanza e fare da spalla ad altri luoghi comuni, come quello della teoria del passaggio secondo cui “la cannabis conduce all’eroina e alla cocaina”. Questa criminalizzazione è, in parte, responsabile della difficoltà di ammettere che la marijuana possa avere effetti benefici; difficoltà che, ancora oggi, ostacola la piena accoglienza della sostanza nel novero delle sostanze terapeutiche.

La storia degli Assassini ci insegna che una falsa attribuzione etimologica può causare profondi fraintendimenti nella interpretazione degli effetti di una sostanza e che questa falsa interpretazione può durare anche per secoli, imponendosi al sistema di credenze comune come verità acclamata, a dispetto di ogni smentita.

Sul tema è in uscita un mio libro – a giugno spero – che ricostruisce la genesi di alcune false idee sulla droga e sulla tossicodipendenza. Seguiranno aggiornamenti.

Fonti:

Anslinger H.G. and Ryley Cooper C., 1937, “Marijuana, Assassin of Youth”, The American Magazine, vol. 124, n. 1.

Lewis, B., 1996, Gli assassini, Mondadori, Milano

Polo, M., 1975, Il Milione, a cura di Valeria Bertolucci Pizzorusso, Adelphi, Milano.

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