Il kirpan del contendere

È di pochi giorni fa (qui e qui) la notizia del rigetto da parte dei giudici della Cassazione del ricorso di un indiano sikh, condannato nel 2015 a una ammenda di duemila euro dal Tribunale di Mantova, perché il 6 marzo del 2013 era stato fermato a Goito (MN) dalla polizia municipale, mentre usciva di casa armato di un coltello lungo circa venti centimetri. Secondo l’indiano, il coltello (kirpan) è un simbolo religioso e la decisione della Cassazione lede la libertà di religione e di culto di una intera comunità, peraltro non certo nota per la sua propensione criminale. Il condannato ha più volte ripetuto che il kirpan è da considerarsi “un simbolo di resistenza al male, proprio il contrario di quello che sostiene la sentenza”. Secondo la Cassazione, invece, “è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”.

Ricordiamo, con la Treccani, che la religione sikh risale al XV secolo e che i sikh «sono monoteisti e credono nella legge del karma e nella reincarnazione. L’ingresso nella comunità avviene mediante una sorta di battesimo. Ogni sikh aggiunge al proprio nome quello di Singh («leone») ed è tenuto a mantenere, oltre al turbante, cinque segni distintivi: capelli e barba non tagliati, un pettine di legno nella chioma, un braccialetto di ferro, un pugnale, pantaloni corti alle ginocchia. Un rito di fratellanza è il pasto rituale comune». Il kirpan, di conseguenza, non è un semplice pugnale, ma un vero e proprio tratto distintivo, carico di valori religiosi e sociali: esso rappresenta l’impegno per il rispetto di sé e per la propria libertà di spirito.

Il caso descritto è un esempio di “conflitto culturale”, un conflitto, cioè, tra norme di culture diverse; una fattispecie di conflitto sempre più frequente che pone seri problemi alle società multiculturali in cui viviamo. La teoria del conflitto culturale è stata di recente al centro delle discussioni intorno ai cosiddetti “reati culturalmente motivati”, definizione con cui si intendono quei comportamenti che, messi in atto da soggetti appartenenti a un gruppo culturale di minoranza, sono considerati reati dall’ordinamento giuridico del gruppo culturale di maggioranza, mentre all’interno del gruppo cui il soggetto appartiene sono accettati come comportamenti normali, o addirittura incoraggiati o imposti. Tutto ciò apre una domanda che rappresenta una delle più importanti e difficili sfide con cui l’attuale società globalizzata deve confrontarsi: comportamenti considerati devianti dal nostro sistema culturale vanno condannati o, piuttosto, per giudicarli occorre collocarli nel sistema culturale cui appartengono? In altri termini, come ci si confronta con le diversità culturali di cui sono portatori gli immigrati e gli stranieri, nel momento in cui queste diversità sono in aperto contrasto con il nostro modello culturale e con la nostra idea di legalità e di società civile?

Una risposta a queste domande viene da un libro da me tradotto, Conflitto culturale e crimine, di Thorsten Sellin, un classico in materia che l’editore Besa ha recentemente pubblicato e che consiglio a tutti gli interessati di leggere. È probabile, infatti, che i “reati culturalmente motivati” acquisteranno sempre più spazio sia nelle cronache giudiziarie sia nella vita quotidiana delle persone e la lettura dell’opera di Sellin ci permette di non trovarci impreparati di fronte a fenomeni del genere.

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