C’è un Riccardo III in tutti noi

Del Riccardo III di William Shakespeare, che narra le vicende di un sovrano deforme, particolarmente incline ad atti malvagi, è noto il monologo dello stesso Riccardo, duca di Gloucester, il quale espone in poche parole quella che potremmo definire una “teoria compensatoria del crimine”.

Ora l’inverno della nostra amarezza s’è cambiato in gloriosa estate a questo sole di York; e tutte le nuvole che pesavano sulla nostra casa sono sepolte nel profondo cuore dell’oceano. Ora le nostre fronti sono strette da ghirlande di vittoria; le nostre armi contorte appese per memoria, i nostri bruschi allarmi mutati in lieti convegni, le nostre terribili marce in amabili danze. La guerra dal viso arcigno ha spianato la sua fronte corrugata, e ora, invece di montare bardati destrieri per atterrire il cuore dei tremendi nemici, salta lievemente nella stanza d’una lady al diletto lascivo d’un liuto. Ma io, che non ho grazia fisica per simili giochi e neppure per corteggiare un amoroso specchio, io che sono di rozzo conio, manco della forza regale dell’amore per girare lento davanti a una molle, ancheggiante ninfa; io che sono privo di questa bella simmetria, frodato nel volto dalla natura simulatrice, deforme, imperfetto, spinto prima del tempo in questo mondo che respira, appena formato a metà e così storpio e fuori d’ogni sembianza comune che i cani mi abbaiano contro, quando passo zoppicando vicino a loro; io, in questo fiacco tempo di pace, adatto mia ombra al sole e meditare sulla mia deformità. E perciò, non potendo essere un amante per trascorrere questi bei giorni in piacevoli colloqui, sono deciso a mostrarmi malvagio e a odiare i pigri piaceri del nostro tempo.

Riccardo afferma di indulgere al crimine come compensazione alle sue deformità innate: poiché non gli è concesso di amare ed essere amato, preferisce fare del male e farsi odiare per conferire un senso alla propria esistenza. Questa teoria, secondo alcuni autori contemporanei, potrebbe spiegare perché alcuni disabili preferiscano mostrarsi cattivi e antipatici, piuttosto che tentare di intrattenere relazioni con i cosiddetti “normali”. Ad esempio, commentando questo passo in un breve articolo intitolato Le “eccezioni”, Freud interpreta il soliloquio di Riccardo in questo modo: «“La natura mi ha fatto un grande torto nel momento in cui mi ha negato la bellezza esteriore capace di attirare l’amore umano. La vita per questo mi deve un risarcimento, che io farò in modo di ottenere. Ho perciò diritto di essere una eccezione e di ignorare gli scrupoli da cui altri individui si lasciano ostacolare. Posso arrecare torti perché io stesso ne ho ricevuti”». Più recentemente, lo storico (con disabilità) Matteo Schianchi ha sottoscritto questa interpretazione in un paragrafo intitolato “I disabili cattivi” del suo bel libro La terza nazione del mondo.

Freud, però, ci avverte che questa propensione compensatoria si trova in tutti noi.

Ora ci rendiamo conto che noi stessi potremmo diventare come Riccardo, che anzi, in qualche misura, lo siamo già. Riccardo è lo smisurato ingrandimento di qualche cosa che troviamo anche in noi stessi. Tutti crediamo di aver motivo di rancore verso la natura e il destino per le menomazioni congenite e infantili; tutti pretendiamo una riparazione che ci indennizzi delle antiche mortificazioni che ha subito il nostro narcisismo, il nostro amore per noi stessi. Perché mai la natura non ci ha fatto dono dei riccioli dorati di Balder, della forza di Sigfrido, della fronte alta del Genio, dei nobili lineamenti dell’aristocratico? Perché siamo nati in una modesta casa borghese e non in un castello reale? Ci piacerebbe insomma esser belli e distinti come tutti coloro che, appunto perciò, siamo ora costretti a invidiare (Freud, S., 1916, “Le “eccezioni””, in Idem, 1989, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, vol. VIII, p. 633).

Ognuno di noi, in altre parole, può “vantare” una ferita narcisistica subita nell’infanzia che sembra autorizzare una logica dell’eccezione. Io stesso ho sentito spesso persone dire: “Sì, è vero, sono raccomandato, ma essendo nato al Sud, questo posto di lavoro è meritato”; “Rubo per vivere, ma se fossi nato dove sono nato io, anche tu lo troveresti normale” e così via giustificando.

La tentazione di attribuire in esclusiva ai disabili questo meccanismo compensatorio è grande e, come afferma Schianchi, parzialmente giustificata, ma in tutti noi si nasconde un piccolo Riccardo III che, consapevolmente o no, facciamo di tutto per tenere ben nascosto e che solletica un vittimismo in cui ci piace indulgere.

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