Blaming Culture for Bad Behaviour

Nel 1998, il ventinovenne Wayne Compton del Maryland sposa la tredicenne Tina Akers, già incinta, suscitando un vespaio di polemiche nello stato americano per la giovanissima età della sposa. Opinioni e giudizi si focalizzano in particolare sull’ipotesi che Compton abbia compiuto un abuso sessuale o un atto di corruzione di minorenne. Al di là delle opinioni, le cause del comportamento sono ascritte a fattori individuali che dovrebbero spiegare l’anomalia. Nessuno chiama in causa fattori culturali o subculturali.

Nel 1996, il ventiduenne messicano Pedro Sotelo mette incinta la quattordicenne Adela Quintana in Texas, suscitando, anche in questo caso, accese polemiche. La maggior parte delle opinioni fa rientrare l’episodio nell’ambito della cultura rurale di provenienza dei due, che consentirebbe rapporti tra adulti e adolescenti, stabilendo una netta contrapposizione culturale ed etica rispetto agli Stati Uniti. Nessuno chiama in causa fattori individuali. È la cultura a spiegare il comportamento aberrante dell’uomo.

I due esempi, proposti dall’antropologa Leti Volpp in un interessantissimo articolo intitolato “Blaming Culture for Bad Behaviour” (che potete leggere qui in inglese), illustrano una questione profondamente attuale, che potrebbe essere riassunta nel modo seguente: gli esseri umani hanno la forte tendenza ad attribuire alla cultura il comportamento non conforme degli altri quando questi appartengono a gruppi sociali percepiti come “culturali” e ad attribuirlo a fattori o aberrazioni individuali, quando gli attori sociali appartengono al proprio gruppo. Ciò conduce a una percezione esagerata delle differenze etniche che si tende spesso a interpretare come differenze morali ed etiche. Così, in Italia, se un delitto o uno stupro sono commessi da un albanese, molti italiani tendono a imputare la responsabilità dell’atto criminale alla sua cultura. Quando, invece, il delitto o lo stupro sono commessi da un italiano, chiamano in causa fattori come la brutalità, la follia e altri elementi personali o sociali relativi all’individuo.

L’idea di fondo è che la cultura degli altri sia una camicia di forza fissa e immutabile che si impone a chi la indossa in maniera irresistibile. La propria cultura, invece, è percepita come un insieme di possibilità e opportunità poco vincolanti ed eticamente positive, tutt’al più intaccate da occasionali anomalie. Nella misura in cui un comportamento è messo in atto da “uno di noi” non è percepito riflettere una norma di tipo culturale. Se, invece, è compiuto da un individuo di un altro gruppo etnico o da uno straniero, il comportamento è il prodotto di una identità culturale, percepita di solito come “inferiore”, “irrazionale”, “sospetta”.

Gli episodi di questi ultimi giorni relativi ad alcuni stupri compiuti in Italia da cittadini, sembra, di origine marocchina confermano le osservazioni di Leti Volpp. In molti commenti, il fattore culturale – “i marocchini sono fatti così” – è preminente con la considerazione implicita che “gli italiani certe cose non le fanno” o, se le fanno, è perché “hanno problemi” o altre spiegazioni di tipo individuale. La cultura, in questo modo, diventa fonte esclusiva di spiegazione e di biasimo perché, nel momento in cui a essa è attribuito un comportamento aberrante, la tentazione di respingerla nella sua integrità è fortissima e alimenta sentimenti xenofobi facilmente strumentalizzabili da un punto di vista politico. Ma la cultura degli altri non è una camicia di forza e non è riducibile a un comportamento deviante. Non è vero che si stupra perché si è marocchini o ci si dedica al terrorismo perché si è arabi. È importante riconoscere agli altri quello che ammettiamo per noi: che la cultura offre opportunità e vincoli, ma non in maniera ferrea. Non siamo dominati dalla cultura. Anche se la cultura è il nostro habitus e contribuisce alla nostra identità sociale.

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